Fanfiction: “La Stagione delle Piogge”. Capitolo XXVI

Licenza Creative Commons

Questo opera è distribuito con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Unported.

Capitolo XXVI

“Perchè te ne sei andata Elena? Di cosa hai avuto paura?Che sparissi di nuovo? O forse volevi solo vendicarti di me? Volevi che provassi sulla mia pelle lo stesso dolore che hai provato tu? Volevi farmi sentire la solitudine e il senso di abbandono?”; si portò le mani alle tempie e cominciò a massaggiarle delicatamente: sembrava che la testa stesse per scoppiargli da un momento all’altro.

“Ti sei presa gioco di me, non è così?”;

Guardava fisso la linea dell’orizzonte.

Le prime ombre della sera cominciavano ad allungarsi nel cielo limpido e terso di quella lunga giornata che ormai volgeva al termine.

Soffiava un vento forte che agitava violentemente le acque del mare e scuoteva forte il suo povero cuore.

Anche quel giorno, vent’anni prima soffiava lo stesso vento forte e le onde si infrangevano  sulla sabbia.

Era rimasto sulla spiaggia tutto il giorno nella speranza di riuscire a fare chiarezza, a darsi delle risposte ma l’unica cosa che aveva ottenuto erano solo altri dubbi e altre domande.

Sospirò profondamente e chiuse gli occhi lasciando che il vento soffiasse burrascoso sul suo viso segnato scompigliandogli i capelli.

Non poteva credere che Elena lo avesse lasciato in quel modo.

Cosa gli stava nascondendo? Forse si era rifatta una vita a Bruxelles e rivederlo dopo tanti anni aveva suscitato in lei passioni sopite alle quali non aveva saputo resistere: era stato un’avventura? Un rivalersi sul passato? Cosa?

“Mi hai detto che mi ami, che mi hai sempre amato…ed io ti ho creduto Elena. Le parole possono anche mentire ma i tuoi occhi, la tua carne, le tue reazioni no; sei stata sincera…allora perchè?”.

Scuoteva la testa senza riuscire a trovare pace. Si alzò da quel vecchio tronco e si avvicinò lentamente alla riva mentre le onde schiumose lasciavano una breve scia del loro passaggio frettoloso per poi tornare quasi immediatamente a cancellarne le tracce.

Bill si infilò le mani nelle tasche dei bermuda e sollevò un pò lo sguardo inseguendo gli ultimi raggi rossastri del tramonto che si perdevano in quello sconfinato cielo.

“Non puoi farmi questo. Non adesso. Ora che ho ritrovato la vera felicità, la mia unica possibilità di riscatto, non puoi togliermela di nuovo…. non puoi togliermi di nuovo il suo amore e la sua dolcezza. Ho creduto… ho sperato di aver espiato ampiamente tutte le mie colpe ma forse, per Te non è ancora abbastanza. Vuoi ripagarmi con lo stesso dolore che io ho inferto a lei, lei che era una creatura innocente e pura….Che altro vuoi da me?” ;

rivolgeva la sua preghiera silenziosa al cielo.

Come farò adesso, me lo dici? Come farò a vivere senza di lei? Dovrò dimenticare il suo odore, il sapore dei suoi baci, il calore dei suoi abbracci; come farò a stare lontano dai suoi sguardi amorevoli? Dalle sue carezze premurose…. dalla sua infinita tenerezza”.

Strinse forte i pugni nelle tasche ed indurì la mascella.

Sento che sto per impazzire… Elena… Elena”.

Diede un ultimo sguardo all’orizzonte poi, con i suoi tristi pensieri si avviò verso l’auto.

Era già buio quando rientrò in albergo.

Non aveva voglia di vedere nè di sentire nessuno.

Tom l’aveva chiamato un paio di volte e anche Kora gli aveva lasciato decine di messaggi nella segreteria telefonica.

Come avrebbe fatto a raccontarle che il bel sogno si era dileguato ed era rimasto di nuovo solo, con i suoi maledetti ricordi.

Appena entrato nella hall, preso dai suoi pensieri, non vide un’anziana donna che gli passava accanto e senza accorgersene, la urtò bruscamente facendola barcollare.

Quasi come se si fosse appena destato da un sogno sollevò la testa con aria mortificata cercando di scusarsi.

“Oh, I’m sorry…. “;

“Bill, benedetto ragazzo ma dove ti eri cacciato? E’ tutto il giorno che io e Renato ti stiamo cercando”.

Carla stava tentando di dirgli qualcosa ma lui non capì nemmeno una parola.

“Renato? Renato vieni! E’ qui, finalmente è rientrato” disse rivolgendosi al marito poi prese la mano di Bill e la strinse nelle sue.

“Figliolo, dobbiamo dirti delle cose che devi assolutamente sapere….su Elena”;

Pur senza aver capito nulla, quando sentì quel nome, s’irrigidì.

“Io non capire…. no italiano” si sforzò di farsi comprendere.

“Oh Cielo! Questo si che è un bel problema”.

Renato intanto li aveva raggiunti e con fare affettuoso e protettivo diede una pacca sulla spalla di Bill.

“Non preoccuparti, tesoro. Adesso chiamo Giorgio alla reception, vedrai lui ci aiuterà molto volentieri”.

Carla intanto, con la mano di Bill ancora stretta tra le sue, lo condusse in un angolo molto riservato della hall e fece cenno a Bill di sedersi.

Dopo alcuni istanti, Renato tornò accompagnato da Giorgio. Si sedettero tutti vicini poi Carla chiese a Giorgio di fargli da interprete e che ovviamente tutto quello che avrebbero detto doveva rimanere assolutamente confidenziale.

“Si tratta di Elena e della sua storia”;

“Non si preoccupi Signora Brambilla. Dopo tutto ciò che ha fatto la Signorina Rossi per me e per questo albergo, sarà un onore cercare di sdebitarmi, aiutandola”.

“Sapevo che potevamo contare su di te” rispose Renato, sorridendo.

Bill li guardava confabulare con aria di mistero ma non riusciva a capire cosa volessero da lui e perchè parlavano di Elena.

Giorgio rispose a quella tacita domanda iniziando a parlare in tedesco.

“Per la grande stima e la gratitudine che nutro nei confronti della Signorina Rossi, farò da interprete per i Signori Brambilla. Devono parlare con lei, raccontarle qualcosa che non sa e vorrebbero che finalmente la Sigorina sia felice”.

Bill annuì sempre più perplesso.

Cosa dovevano raccontargli di Elena?

“E’ partita senza dirti niente, vero?” esordì Carla.

Giorgio traduceva fedelmente parola per parola.

Bill annuì tenendo gli occhi bassi.

“Ce lo aspettavamo” continuò Renato; “per questo volevamo parlarti di lei, di noi, affinchè tu non la giudicassi troppo duramente”.

“Ha sofferto tanto” continuò Carla.

“Tu non puoi sapere tutto quello che ha passato quella povera ragazza”.

Bill sgranò gli occhi.

“Immaginavamo che avrebbe fatto una sciocchezza del genere, che sarebbe partita senza dirti niente, senza raccontarti la verità. Ora siamo qui a raccontarti una parte di quella verità, quella che riguarda noi due e il nostro rapporto con lei”.

“Ci siamo conosciuti circa dodici anni fa. Io e Renato, tutti gli anni venivamo qui a trascorrere le nostre vacanze. Ci siamo innamorati di questo posto, di queste splendide spiagge, della pineta, della cordialità e della genuinità delle persone che vivono qui. Il nostro amore per questi luoghi ci spinse a cercare una casetta, non troppo grande ma carina ed accogliente. Non ci bastava venire qui quei quindici giorni all’anno e poi ripartire lasciandoci una grande malinconia alle spalle ed il desiderio di ritornarvi al più presto. Volevamo un posticino tutto nostro, non troppo lontano da Milano, dove abitiamo e dove poter trascorrere del tempo piacevole e prezioso. Renato era appena andato in pensione, quindi avevamo tutto il tempo che volevamo. Sai, noi siamo sempre stati un pò matti” guardò negli occhi suo marito con uno sguardo complice e pieno di amore.

Renato le sorrise stringendole la mano.

“Ci rivolgemmo ad un’agenzia della zona spiegandogli quali fossero le nostre esigenze e restammo d’accordo che appena avessero trovato la soluzione adatta a noi, ci avrebbero richiamato. E così fecero. Dopo circa due mesi tornammo qui a visionare diverse case sparse tra la pineta e il porto. Ne visitammo almeno cinque quel giorno ma l’ultima ci rubò il cuore. Era una piccola casa indipendente, con un bel giardino molto ben curato proprio in mezzo alla grande pineta.  Ne fummo subito rapiti: le stanze erano grandi e luminose e soprattutto era a due passi dai negozi e dalla spiaggia. Se chiudo gli occhi riesco ancora a sentire il profumo della resina dei pini che si confondeva con quello dolciastro dei gelsomini… Insomma, io e Renato ci guardammo negli occhi e capimmo che quello sarebbe stato il nostro rifugio. Facemmo immediatamente un’offerta che i venditori accettarono praticamente subito. Sembrava quasi che volessero sbarazzarsi della casa al più presto ed infatti mostarono una certa premura nel voler concludere le trattative al più presto. Il giorno della firma del contratto fummo praticamente investiti dalla disperazione di una ragazza poco più che ventenne che piangendo ci scongiurava di non comprare quella casa”.

Carla fece un enorme sospiro e, al solo ricordo, gli occhi le si velarono di lacrime.

“Io e Renato, non sapevamo cosa fare… cercammo in tutti i modi di farla calmare e farla smettere di piangere perchè i suoi singhiozzi le impedivano perfino di parlare. Dopo una bella tazza di camomilla ed un paio di pacchetti di fazzoletti, ci disse che si chiamava Elena Rossi e che la casa che stavamo per comprare apparteneva ai suoi genitori. Noi non capivamo perchè si opponeva con tanta veemenza alla vendita di quella casa, visto che ormai avevamo già versato la caparra: in effetti mancava solo la firma del notaio. Lei ci spiegò che i genitori stavano vendendo quella casa, a lei così tanto cara per impedirle qualsiasi legame con quel luogo che ormai consideravano maledetto. Io e Renato non riuscivamo a comprendere il senso delle sue parole. Elena ci spiegò che quando aveva diciassette anni, si innamorò di un ragazzo. Il loro era un grande ed immenso amore, ma era stato anche la sua rovina”.

Bill trasalì.

Un brivido gli corse lungo la schiena e gocce di sudore iniziarono ad imperlargli la fronte.

“Il padre di Elena, li aveva scoperti sulla spiaggia, dopo che l’avevano cercata tutta la notte. Era un uomo molto severo con la sua unica figlia, della quale aveva programmato ogni singolo attimo della sua vita, ed un errore del genere era inammissibile. La chiuse in casa per giorni, impedendogli di vedere quel ragazzo che amava disperatamente. Un giorno riuscì ad eludere la sorveglianza di suo padre e raggiunse il suo amore sulla spiaggia. Era disposta a fare qualunque cosa per lui e se lui le avesse chiesto di seguirlo, lei sarebbe andata fino in capo al mondo con lui. Non le importava delle conseguenze, non le importava dello scandalo nè della sua famiglia. Amava quel ragazzo sopra ogni cosa”.

Bill indurì la mascella.

Quelle parole erano una lama conficcata nel petto.

“Purtroppo il destino non era stato così benevolo con lei. Quel giorno, il ragazzo le disse che sarebbe partito. Il povero cuore di Elena si frantumò in mille pezzi. Non sapeva nè poteva immaginare di vivere la sua vita lontano da lui, perdere il bene più prezioso: il suo grande amore. Il ragazzo le promise che sarebbe ritornato l’anno successivo, nello stesso periodo. Le promise che sarebbe tornato a riprenderla”.

Bill si portò una mano al viso e si coprì gli occhi vergognandosi.

“Quando le chiedemmo se fosse tornato lei ci rispose che era sparito, dileguato nel nulla. Erano passati tanti anni e forse lui aveva dimenticato quella promessa ma lei continuava ad aspettarlo. Ci disse che sapeva che lui non l’avrebbe mai dimenticata e che prima o poi sarebbe ritornato su quella spiaggia a cercarla e che finalmente sarebbero stati di nuovo felici. Suo padre voleva impedirle di rimanere attaccata a quella illusione. Decise di vendere la casa a sua insaputa mentre era all’estero a terminare i suoi studi. La titolare dell’agenzia era una sua parente, una cugina, una certa Alessandra che, appena seppe della vendita la informò immediatamente facendola rientrare in Italia ma ormai era tardi”.

“Le spiegammo” continuò Renato, “che disdire quel contratto avrebbe avuto un costo notevole da parte nostra e che ormai eravamo completamente vincolati. Guardare quel volto e quegli completamente devastati dal pianto e dal dolore ci spezzò l’anima”.

“Già….come poteva un padre fare una cosa del genere alla propria figlia? Per noi era assolutamente inconcepibile. Il Signore non ci aveva dato la gioia di un figlio e vedere quella povera ragazza consumarsi d’amore per quel mascalzone….guarda io Ohhh! “sbottò nervosa e guardandolo con aria minacciosa.

“Su cara, non fare così; Dopotutto adesso è qui, no?”.

Loro lo sapevano.

Sapevano che era lui l’amre proibito di Elena.

Non riuscì a guardarli negli occhi.

“Si, è qui ed ora sta soffrendo esattamente come ha sofferto lei” e gli accarezzò teneramente un braccio.

“Raggiungemmo un accordo. Noi comprammo la sua casa ma, non appena lei avesse avuto abbastanza denaro per ricomprarla, gliela avremmo restituita. Intanto la sua storia ci aveva così commossi che decidemmo di ospitarla tutti gli anni, alla fine della Stagione delle Piogge e lei faceva piccoli lavoretti per noi, accudiva la casa, il giardino…insomma cercava di sdebitarsi. Con il passare degli anni, ci siamo completamente affezionati a lei. E’ stata per noi la figlia che non abbiamo mai avuto e, il giorno della sua laurea, le uniche persone che volle a Bruxelles a celebrare quel traguardo fummo noi due”.

“Si, eravamo così orgogliosi di lei….” Renato era visibilmente commosso.

“Alla fine, ha ricomprato la casa. Tutti gli anni eravamo qui, tutti e tre insieme ad aspettare il ritorno del suo amore. Non volevamo infrangere i suoi sogni ma, anno dopo anno eravamo sempre più convinti che lui non sarebbe più tornato. Da Elena sapemmo che si era sposato, che aveva avuto una bellissima bambina…insomma si era costruito una vita mentre Elena si consumava nell’attesa e nel dolore. Le ferite che si portava dentro erano tali e talmente profonde che neppure il suo ritorno sarebbe bastato a restituirle ciò che le era stato tolto….che aveva perso”.

“Cosa aveva perso?” disse mettendosi in piedi e schizzando come una molla.

“Una grande parte di se stessa. Un dolore che l’ha segnata per tutta la vita”.

“Che volete dire?” chiese con un’ansia sempre più crescente che gli attanagliava il petto facendolo quasi soffocare.

“Noi non possiamo dirtelo. Dovrà essere lei a farlo”.

“Come farò a ritrovarla? Ditemi voi conoscete il suo indirizzo, il suo numero di telefono?”;

“Figliolo, non possiamo dirti nulla ma tu hai già tanti strumenti per poterla ritrovare…. sai dove vive, dove lavora…..quanti italiani credi che lavorino all’Europarlamento?”;

Un barlume di speranza si era riacceso nel cuore di Bill.

Mentre sollevava lo sguardo, un immenso sorriso gli illuminò il volto.

Carla gli sorrise a sua volta e poi gli strizzò l’occhio.

 

continua

Annunci

Fanfiction: “La Stagione delle Piogge”. Capitolo XXV

Licenza Creative Commons
Questo opera è distribuito con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Unported.

Se vi va, leggete ascoltando questa meravigliosa melodia di Yiruma

Capitolo XXV

Le prime luci dell’alba li sorprese stretti l’uno all’altra.

Elena era rannicchiata contro il suo petto: il viso disteso, le labbra leggermente imbronciate, il respiro lento e regolare che sfiorava la sua pelle.

Non gli sembrava vero, dopo tutti quegli anni, erano ancora lì insieme: la storia si ripeteva esattamente come venti anni prima ma questa volta le cose sarebbero andate diversamente.

Bill inconsapevolmente la strinse più forte a sè mentre ripensava a ciò che era successo tanti anni prima.

– Nessuno ti porterà via da me. Nessuno ti strapperà più dalle mie braccia. Adesso sei mia… sei finalmente mia, Elena-

Una leggera brezza le agitò i capelli riversandoglieli sul viso.

Bill le accarezzò delicatamente il viso cercando di non svegliarla.

Era così bello ammirare la sua bellezza e contemplare il suo sonno così sereno.

–  Amore mio, quanto tempo abbiamo sofferto… se solo avessi avuto il coraggio di tornare prima…  ho passato la mia misera esistenza cercando di dimenticare e invece….Kora aveva ragione: solo affrontando il passato avrei ritrovato me stesso –

Sollevò lo sguardo verso l’orizzonte e respirò profondamente.

– Una nuova alba….la prima della mia nuova vita. Oh Elena, se solo potessi immaginare quanto sono felice in questo momento… se potessi passerei il resto della mia vita guardandoti dormire tra le mie braccia-

Si voltò a guardarla di nuovo e trovò i suoi occhi fissi su di lui che lo guardavano con quella stessa luce, con quello stesso calore di tanti anni prima.

“Buon giorno” le disse dolcemente.

“Buon giorno” e le sue belle labbra si distesero in un sorriso.

“A cosa stavi pensando?”;

“Quando?” gli chiese curioso.

“Pochi istanti fa. Mi sono svegliata  e tu guardavi il mare: avevi un’aria così felice”.

“Pensavo a te, a noi”.

Quelle parole sembrarono turbarla.

Improvvisamente distolse lo sguardo e una piega profonda le segnò la fronte.

Quando tornò a guardarlo, i suoi occhi erano carichi di malinconia.

” A cosa pensavi esattamente?”;

Bill le sfiorò le labbra  con il pollice in una carezza delicata e sensuale.

“Pensavo che vorrei passare il resto della mia vita  con te. Vorrei  addormentarmi al tuo fianco e risvegliarmi ogni singolo giorno con la consapevolezza che tu sei lì, con me. Vorrei sentire il tuo sguardo pieno di amore e di tenerezza su di me esattamente come stai facendo in questo momento e sentirmi l’uomo più felice del mondo perchè la donna che amo sarà per sempre mia”.

Una lacrima solcò il viso di Elena.

Bill asciugò quella lacrima salata:

“Si, Elena io ti amo; nessuna  ha mai preso il tuo posto nel mio cuore. Sai, ci ho messo tanto a capirlo ma, io non posso essere felice senza di te. Non voglio più tornare alla mia vita di prima… quella non è vita. La mia vita sei tu, sei soltanto tu. Devi saperlo. Devi sapere che mi sono torturato nel rimorso in tutti questi anni e che ho sofferto maledettamente per ogni singolo minuto passato lontano da te. Io, io sono stato uno stupido, io…”; ma non riuscì a finire.

Elena gli aveva posato un dito sulle labbra impedendogli di proseguire.

“Non dire niente Bill…. ti prego”.

Elena affondò il viso sul suo petto mentre stringeva stretto tra le mani un lembo della sua camicia.

Bill la sentì tremare.

“Non avere paura, Elena. Questa volta niente e nessuno ci separerà, te lo giuro”.

Quelle parole, quella promessa però non servì a farla smettere  e Bill non sapeva cosa dire o fare per rassicurarla.

Ventisei anni prima le aveva fatto la stessa identica promessa…

“Guardami Elena, guardami per favore”.

Lei sollevò il viso e piantò gli occhi dritti nei suoi affondando quello sguardo come una lama nella carne.

“Credimi, io non sono più il ragazzino che hai conosciuto e che ti ha abbandonata. Solo tu puoi salvarmi, solo tu puoi finalmente restituirmi un pò di pace e rendermi un uomo migliore: un compagno migliore… un padre migliore.  Prova a fidarti di me ancora una volta  non te ne pentirai, tesoro. Dovrai stancarti di me perchè io non ti lascerò andare via mai più. Ora sei legata a me per sempre “.

Le strappò un sorriso.

“Fidati di me!”.

Elena annuì silenziosa poi gli allacciò le braccia intorno al collo e sigillò quella promessa con un bacio.

Dopo un altro intensissimo sguardo, Bill la fece sdraiare sulla sabbia, appoggiò il viso sul suo ventre  ed entrambi fissarono l’orizzonte e la luce del nuovo giorno.

Elena gli accarezzò la testa passandogli le dita tra i capelli.

Bill chiuse gli occhi sospirando serenamente.

Elena invece aveva lo sguardo perso nel vuoto, mille pensieri le affollavano la testa e le parole di Bill non fecero che portare a galla gli scheletri del passato.

Quel dolore non sarebbe mai sparito, quella mancanza non si sarebbe mai colmata e lei non avrebbe mai più ritrovato la felicità che aveva perso tanti anni prima.

Continuava ad accarezzare i suoi capelli distrattamente e intanto rivedeva quella fredda stanza,  riecheggiavano rumorosamente quelle parole nelle sue orecchie, rivedeva la preoccupazione sul viso di sua madre e la soddisfazione e il compiacimento sul volto di suo padre mentre il suo cuore andava in pezzi e assieme ad esso lentamente si spegneva la sua anima.

Le giornate che seguirono forse, furono anche peggiori.

Tutto era vuoto, senza calore, privo di senso e sentiva crescere dentro di sè la rabbia; una rabbia sorda e furente che l’aveva spinta a raccogliere tutte le sue cose e ad andare via, il più lontano possibile dalla sua casa, dalla sua famiglia, da tutto ciò che fino a quel momento era stata la sua vita.

L’unico motivoo che le dava la forza di continuare ad andare avanti era quella promessa:

– Tornerò alla fine della Stagione delle Piogge. Mi aspetterai?-

– Ti aspetterò per tutta la vita Bill, te lo giuro-.

Lui sarebbe tornato come aveva promesso e l’avrebbe portata via con sè e insieme sarebbero stati di nuovo felici…e invece.

Lo attese a lungo su quella spiaggia, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana ma Bill non tornò; non tornò più a cercarla.

Strinse forte gli occhi e trattenne il respiro.

Si portò una mano al petto tentando di soffocare il dolore che l’assalì.

“Hei, Tesoro, che succede…ti-ti senti bene?”.

Bill la scrutava preoccupato.

“Va… tutto bene. Non preoccuparti…è-è l’emozione” gli mentì spudoratamente.

“Elena… sei così pallida; per un attimo mi hai fatto spaventare. Avevi lo sguardo vitreo, l’aria assente ho creduto…”; scosse la testa come a voler cancellare un pensiero che improvvisamente lo fece rabbrividire.

“Vieni qui” le sollevò le spalle e la strinse forte a sè.

“Sei sempre la stessa dolce, tenera ragazzina che ho conosciuto tanti anni fa, che per un foulard scoppiò a piangere a dirotto”.

Elena si lasciò cullare dalle sue braccia.

Chiuse gli occhi e respirò profondamente.

Lui non doveva saperlo…. non gli avrebbe mai detto la verità; non avrebbe mai saputo che per quel foulord aveva versato le ultime lacrime di felicità.  Da quel momento in poi,  furono solo lacrime di dispiacere e di sofferenza ed alla fine, dopo tanti anni, non aveva più versato nemmeno quelle.

Lì, stretta a lui, le sembrava di essere tornata indietro nel tempo: la fredda Signorina Rossi, distaccata e irreprensibile non esisteva più.

Al suo posto era ritornata Elena, la ragazza spensierata e serena; la ragazza che adorava la vita; la ragazza innamorata follemente di Bill; la ragazza che sapeva ancora commuoversi per un foulard di seta comprato in un negozietto al porto.

“Torniamo a casa” la voce di Bill interruppe quei pensieri.

Bill si mise in piedi e poi le diede una mano a rialzarsi e stretti l’uno all’altra si diressero verso l’auto.

********

I giorni scorrevano veloci e felici.

Elena e Bill passavano tutto il loro tempo insieme.

Luglio ormai volgeva al termine e quanto prima Elena avrebbe dovuto fare ritorno a Bruxelles e riprendere il lavoro.

Bill viveva il momento del distacco con ansia e una certa preoccupazione.

Elena era la stessa che aveva conosciuto molti anni prima, ma, in fondo ai suoi occhi scuri,  si celava una malinconia profonda, un dolore antico, un malessere che faceva fatica a controllare.

Sapeva tutto della sua vita di tutto ciò che gli era accaduto in quei lunghi anni ma ogni volta che gli chiedeva cosa avesse fatto dopo la loro separazione e del rapporto con la sua famiglia, la vedeva irrigidirsi e faceva di tutto per cambiare discorso.

Sembrava volesse fuggire da qualcosa, forse dai ricordi, che poteva ben immaginare fossero stati ben dolorosi ma, c’era qualcos’altro: qualcosa che temeva.

Gli aveva detto che la sua vita era stata faticosamente in salita e che da quando se n’era andato, niente era più come prima…

Già, Bill lo intuiva dal suo sorriso: un tempo era così aperto e solare; adesso invece le labbra si piegavano  in una linea mesta e talvolta dura.

Probabilmente aveva solo paura che lui sparisse e non tornasse più: dopotutto le cicatrici  non si cancellano e il cuore è uno strumento troppo delicato per poter sopportare nuove ferite.

Mancavano solo due giorni alla partenza e Bill aveva pianificato ogni cosa: si sarebbero rivisti per Natale e poi per le vacanze di Primavera.

Aveva programmato di prendere un appartamentino in affitto accanto alla casa di Elena  e poi si sarebbero sentiti spessissimo, sempre che Elena si decidesse a dargli il suo numero.

Era davvero distratta! Ma questo era solo un dettaglio: lui l’amava profondamente e non riusciva più ad immaginare il suo futuro senza di lei.

Quella mattina prima di uscire di casa, telefonò a Kora e dopo averla aggiornata degli ultimi avvenimenti e rassicurata sul suo rientro in Germania, si recò a casa di Elena.

Bussò alla porta e come al solito il cuore iniziò a battere forte, del resto vedere il suo bel volto sorridente era sempre una grande emozione.

“Si?”;

La ragazza che gli aprì la porta lo guardava interrogativa.

“Salve, Elena è in casa?”;

“Mi dispiace, la signora non c’è” gli rispose in un  inglese dal forte accento toscano.

Bill la guardò perplesso … che strano, non gli aveva detto che sarebbe uscita.

Erano rimasti d’accordo che avrebbero fatto colazione insieme e avrebbero trascorso il resto della giornata in spiaggia prima di  prendere accordi per il giorno seguente ed accompagnarla all’aeroporto.

“Capisco; quando posso trovarla?”;

“Non saprei. La signora è partita  questa mattina presto”.

“Come è partita?” Bill si sentì crollare il mondo addosso.

“Si, aveva il volo per Bruxelles alle otto. Ieri mi ha detto di pulire la casa e di chiuderla”.

Bill sbarrò gli occhi.

Se n’era andata….ma perchè? Perchè gli aveva mentito? Non riusciva a capire. Cosa era successo? Perchè si era comportata a quel modo?

Non riusciva a crederci.

Non era possibile!

Sentiva la gola arida e i respiri accelerare come i battiti del suo cuore.

Perchè gli aveva fatto una cosa del genere? Era fuggita via…lontano, lo aveva lasciato lì da solo a farsi mille domande.

continua

Fanfiction: “La Stagione delle Piogge”. Capitolo XXIV

Cari amici che seguite questa travagliata ff, voglio scusarmi per il ritardo con cui posto questo capitolo ma dedicarmi alla storia, seppur la ami profondamente, è diventato difficile.

Vogliate scusarmi per l’attesa di questo capitolo e scusatemi anche se non posso promettere a breve il seguito ma è un periodo incasinato e la maturità si avvicina.

Spero che vi piaccia.

A presto,

aquarius

Licenza Creative Commons
Questo opera è distribuito con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Unported.

Capitolo XXIV

 

“Gli racconterai la verità?” insinuò Carla;

Elena sollevò lo sguardo terrorizzata fissandola dritto in quelle pozze azzurre che la guardavano amorevolmente.

“Io…ecco io… non lo so” ammise rassegnata.

“Non so se ne avrò la forza”.

Tirò un enorme respiro ma quel peso, che le opprimeva il petto, era diventato troppo doloroso, un fardello divenuto insopportabile soprattutto adesso che Bill era tornato nella sua vita.

Ripensare al passato, alle umiliazioni subite, ad dolore sordo che le aveva attanagliato l’anima in tutti quegli anni, alle lunghe notti insonni, passate a ricordare i momenti magici in cui era stata felice accanto a Bill, alle lacrime che aveva versato per tutto ciò che era accaduto dopo la sua partenza era una ferita ancora aperta.

Sentiva ancora echeggiare rumorosamente le parole di suo padre, la sua durezza, la crudeltà con cui le rinfacciava il suo errore, la paura di quella scoperta, le litigate furiose, il difendere con le unghie e con i denti le sue scelte e poi…. il nulla.

Di tutto questo, restava solo il silenzio assordante di quella grande stanza dalle pareti bianche.

A quello, si aggiunse la delusione, la disattesa, una promessa non mantenuta… un amore  che le aveva dato una immensa felicità e che l’aveva ripagata con la dimenticanza prima e con la rassegnazione poi: la consapevolezza di un abbandono che il suo cuore faceva fatica ad accettare.

“Non rattristarti, cara”;

Carla le strinse ancora più forte la mano.

L’anziana donna sapeva leggere tra le righe dei suoi pensieri e prima che questi prendessero il sopravvento, li interruppe bruscamente.

“Lo sai, non possiamo tornare indietro e cancellare le cose che ci hanno ferito. Il tempo, in certi casi è il nostro migliore alleato, perchè allevia il nostro dolore ed il futuro è ciò che ci dona speranza ed il tuo, piccola, cara Elena non potrà che essere meraviglioso. Hai sofferto tanto nella vita, adesso la vita ti sta restituendo un pò di ciò che ti ha tolto”.

Elena annuiva silenziosa mentre le lacrime cominciavano a rotearle negli occhi.

“Non piangere più, tesoro. Su questo bel viso non voglio più vedere le lacrime. In tutti questi anni ti ho vista piangere troppe volte. Adesso voglio solo vederti sorridere” le disse mentre con le dita, asciugava quelle piccole gocce di sale che ancora una volta precipitarono dai suoi occhi scuri.

“Cerca di essere felice bambina; afferra con forza tutto quello che ti sta accadendo e non lasciarlo scappare via”.

Elena annuì stringendo le labbra e cercando di mandare giù quel nodo che le stringeva la gola e che quasi non la faceva respirare.

“Elena? Hei tesoro, dove sei?” la voce di Bill la raggiunse alle spalle.

“Su, ricomponiti: non deve vederti in questo stato”.

Elena prese dalle mani di Renato il candido fazzoletto e si soffiò il naso poi si schiarì la voce e rispose.

“Sono sul retro Bill, sono in giardino” disse in un tremante tedesco.

Appena udì la sua voce, un grosso sorriso illuminò il viso di Bill che fece capolino.

“Ciao!….Scusami, non sapevo che avessi ospiti” disse appena si accorse che non era sola.

Elena gli andò incontro e lo prese per mano.

“Loro non sono ospiti, sono persone molto speciali per me e voglio presentartele”.

Si avvicinarono alla coppia ed Elena fece le presentazioni:

“Loro sono Carla e Renato Brambilla, amici  preziosi”.

“Nice to meet you” disse in  perfetto inglese porgendogli la mano.

“Beh… non c’è che dire: E’ un gran bel figliolo!” esclamò Carla, dopo avergli dato un’occhiata eloquente, suscitando l’ilarità di tutti mentre Bill li guardava perplesso senza capire.

“Ho…ho detto qualcosa di sbagliato?”;

“No, affatto!” rispose Elena tra le risate.

“Carla ha solo detto che sei un ragazzo molto affascinante”.

“Ah….” e sorrise un pò impacciato.

“Si è fatto tardi tesoro, è ora di andare a letto per noi. Ci vediamo domani a pranzo, ok?”;

“Ok”; rispose mentre Renato le baciava affettuosamente una guancia.

“Buonanotte, Elena”.

“Ciao Carla, a domani”.

Elena li vide allontanarsi ma all’improvviso Bill la attirò con forza a sè stringendola forte.

“Così, la tua amica pensa che io sia un ragazzo molto affascinante….”;

“Già, è proprio quello che ha detto” gli rispose ammiccante mentre gli cingeva il collo con le braccia.

“Mmm…. allora non mi  spiego una cosa”;
“Cosa?” chiese sorniona;

“Come mai, visto che sono così affascinante, non ho ancora ricevuto un bacio?”;

Elena scoppiò a ridere.

“Beh, se vuoi un bacio non devi fare altro che chiederlo….”;

Bill la guardava intensamente.

I suoi occhi scrutavano ogni piccolo dettaglio delle sue iridi scure e profondissime e per un attimo trattenne il respiro.

Le sue labbra morbide si aprivano in un sorriso e il suo profumo, così tenue, così familiare lo avvolse come un caldo abbraccio.

Era lì tra le sue braccia e sentiva il calore della sua pelle, i suoi respiri affrettati che gli lambivano il collo mentre il suo cuore batteva sempre più forte.

Per un attimo si sentì confuso, frastornato: non sapeva più se fosse reale o semplicemente un sogno; uno dei tanti che negli ultimi ventisei anni lo avevano continuamente tormentato.

Inspirò forte il suo odore e quasi senza accorgersene la strinse più forte a sè.

Elena si accorse di quello sguardo e un brivido le corse lungo la schiena.

Erano persi l’uno negli occhi dell’altra ed erano emozionati, fragili come sottile cristallo, insicuri e storditi dall’intensità di ciò che provavano.

Elena gli accarezzò delicatamente il viso con mani tremanti mentre il cuore sembrava che dovesse scoppiarle nel petto da un momento all’altro.

Abbassò gli occhi quasi vergognandosi.

“Mi sembra un sogno Bill… dopo tutti questi anni…. ho paura di dovermi svegliare da un momento all’altro e rendermi conto che è solo il frutto della mia fantasia”

“Baciami” le sussurò piano.

Elena sollevò lo sguardo: Bill la fissava con una strana luce negli occhi e prima che potesse rendersene conto, le sue labbra erano sulle sue.

Lei chiuse gli occhi e si lasciò trasportare da quel turbine di emozioni che le faceva sentire le gambe molli e le farfalle nello stomaco.

“Dai Elena, vieni con me….”;

“Bill sono troppo stanca, ho avuto una giornata davvero pesante “.

“Dai, non fare la pigrona”;

“Sentiamo: dove vorresti andare?”.

“Tu fidati di me”.

Le prese la mano e la condusse fino al vialetto dove era parcheggiata la sua auto; le aprì lo sportello e la fece accomodare     .

Bill salì e mise in moto e mentre Elena fissava il suo bel viso illuminato dalle luci del cruscotto, le disse:

“Ti ricordi quella spiaggetta,  dove andavamo di notte a fare il bagno?”;

“Certo! Che pazzi eravamo…non dirmi che…;

“Oh si” le prese la mano e se la portò alle labbra.

“Non vorrai mica… no, vero?

“Già e tu non puoi dirmi di no”.

“Bill…veramente io, ecco ….potrebbe essere pericoloso!”;

Ma lui non la ascoltava  più.

“Bill, non puoi parlare sul serio…”;

“E invece si; guarda, siamo arrivati”.

Parcheggiò l’auto, scese in fretta  e le aprì lo sportello.

“No dai Bill…. non posso crederci”.

Bill le prese la mano ed iniziò a correre verso la spiaggia.

“Bill! Bill fermati ho i tacchi alti! non ce la faccio a correre, non sono più una ragazzina sai?”;

Bill si fermò di scatto guardandola dritto negli occhi.

“Lo so, adesso sei una splendida donna…”;

Elena abbassò lo sguardo imbarazzata ma non ebbe il tempo di riprendersi dall’emozione che Bill la prese in braccio e percorsero così il breve tratto di strada che conduceva alla spiaggia.

Il cielo notturno di un blu cobalto era tempestato di stelle.

Bill aveva uno sguardo indecifrabile e fissava i suoi occhi che risplendevano di una luce particolare.

“Dai, mettimi giù….sono pesante”;

“E invece sei una piuma”;

“Ho voglia di togliermi le scarpe e di camminare sulla sabbia”.

“Ogni suo desiderio è un ordine, mia principessa” e molto delicatamente la mise giù.

Elena si slacciò i sandali: Bill non riusciva a smettere di guardarla.

Si tolse anche lui le scarpe e le sorrideva felice.

Dio, era così bello da togliere il fiato, sentiva quegli occhi fissi su di lei, il respiro accelerare  e il cuore battere sempre più forte.

Camminavano piano, mano nella mano, in silenzio, sorridendosi mentre i loro sguardi erano sempre più intensi.

Giunsero alla riva ed immersero i piedi nell’acqua.

Il mare era una immensa distesa buia, sulla quale, si riflettevano come su uno specchio le migliaia di stelle di quella notte magica mentre la luna faceva capolino, dietro una bianca nuvola solitaria.

Un brivido li scosse entrambi e poi scoppiarono a ridere all’unisono.

“Freddina eh?”;

“Direi proprio di si”;

“Allora sai che facciamo?”;

“Non ne ho la più pallida idea”;

“Facciamo un falò” e dicendo questo si mise alla ricerca di pezzi di legno, tronchi consumati dalla salsedine e dal sole.

“Bill è vietato! Noi non possiamo farlo…”;

“Anche da ragazzi mi ripetevi la stessa cosa”;

“E proprio come allora tu non mi dai retta!”

“Esatto! Dai vieni a darmi una mano”.

Elena lo raggiunse ed insieme recuperarono in fretta dei pezzi di legno e dopo un pò erano entrambi seduti davanti ad un allegro fuoco scoppiettante.

Le fiamme illuminavano i loro volti e facevano brillare i loro occhi.

“Andiamo…”

“Vuoi davvero fare il bagno?”

“Certamente”;

“Nudi?!”;

“Ovvio, altrimenti che gusto c’è?”.

“In tutti questi anni non sei cambiato affatto. E va bene…ma non sbirciare intesi?”;

“Lo stesso vale per te”;

“Allora voltati da quella parte, io mi volto da questa parte”;

“Ok” .

Bill le diede le spalle e lentamente iniziò a sfilarsi la maglietta mettendo in mostra la sua bella schiena liscia.

Elena guardava  il tatuaggio sul fianco.

Lo ricordava fin nei minimi dettagli. Il tempo non aveva nemmeno scalfito il ricordo del suo corpo.

Non era più così esile, le braccia muscolose, l’addome scolpito, i fianchi stretti, nuovi tatuaggi adornavano la sua pelle candida.

“A-a!!! Signorina Elena Rossi, non avevamo detto di non sbirciare?”;

“Scusa, io non volevo” rossa di vergogna si voltò dandogli le spalle.

Lentamente slacciò la lampo sulla schiena: abbassò una spallina, poi l’altra e lentamente l’abito scivolò a terra.

Bill la guardava incantato.

Quanto era bella!

Il suo corpo non era affatto cambiato.

La sua pelle abbronzata era esattamente come la ricordava: le gambe toniche, la vita sottile, la morbida linea dei fianchi….

Si scosse da quel torpore e poi iniziò a correre verso la riva:

“L’ultimo che arriva è una pappamolle!”

Elena fini di svestirsi in fretta e lo raggiunse tuffandosi in acqua.

Al contatto con l’acqua gelida, avvertì un brivido ma non seppe ben capire se fosse per la temperatura dell’acqua o per le mani di Bill che sfioravano piano la sua schiena.

“Hai freddo?” le chiese premuroso.

“No” rispose imbarazzata.

“Allora perchè stai tremando?”;

“Io…io”.

“Dimmi che anche tu mi desideri quanto ti desidero io” la strinse teneramente al suo petto.

“Dimmi che anche tu muori dalla voglia di sentire di nuovo il calore del mio corpo….Elena in tutti questi anni non ti  ho mai dimenticata.   Tu mi sei entrata dentro, sei nel mio cuore, nella mia testa, nelle mie vene, nel  mio stesso respiro, sei tutto per me. Sei sempre stata tutto….. amami Elena, metti a tacere questo bisogno così urgente che ho di te. Amami con tutto il tuo cuore, con il tuo corpo, con quella splendida anima che hai. Amami per quello che sono, per le mie debolezze, per le mie paure, per gli errori che ho commesso. Amami perchè senza di te la mia vita non ha significato. Amami come quella notte, Elena: fammi entrare di nuovo nel tuo mondo, in quell’universo di amore sconfinato che mi hai donato e che stupidamente ho perso”.

Elena tremava ancora più forte tra le sue braccia.

Quanta sofferenza nelle sue parole….quanto dolore nei suoi occhi.

Allungò una mano e gli accarezzò il viso.

“Io ti amo Bill, ti ho sempre amato e ti amerò per sempre”.

………..continua

Fanfiction: “La Stagione delle Piogge”. Capitolo XXIII

Ciao a tutti, scusate questo enorme ritardo e scusate per gli errori ma questo è un periodo folle e non ho molto tempo da dedicarmi alla storia.

Ho appena finito di scriverlo, perciò vogliate perdonarmi perchè non l’ho nemmeno ricontrollato.

Bacio

Licenza Creative Commons

Questo opera è distribuito con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Unported.

Capitolo XXIII

“Kora, per caso hai visto in giro la mia collana di perle?”;

La voce di Christine proveniente dal corridoio non le fece distogliere lo sguardo dai libri.

“L’hai lasciata in bagno…”;

Christine andò a recuperare la collana:

“Che distratta!”;  esclamò entrando nella sua camera mentre, davanti al grande specchio di Kora, indossò la collana e si guardò con l’aria soddisfatta.

“Sei proprio sicura di non voler venire con noi stasera?”;

“Mamma, lo sai fra qualche giorno ho gli esami e non posso concedermi distrazioni. Voglio finire alla svelta per dedicarmi ai preparativi della mia mostra”.

“Mi sarebbe piaciuto tanto passare la serata tutti e tre insieme, è da tanto che non lo facciamo ma d’altro canto gli esami hanno la priorità”.

Finalmente Kora si decise a sollevare gli occhi e a guardare sua madre.

La osservò per alcuni istanti con sguardo critico:

“Sei molto bella mamma, quel vestito ti sta veramente molto bene”.

“Grazie tesoro” le sorrise attraverso lo specchio mentre si metteva il rossetto; quel complimento tanto inatteso quanto spontaneo di sua figlia le fece immensamente piacere.

Negli ultimi tempi Kora sembrava così distante.

Era sempre concentrata sullo studio o passava il suo tempo chiusa nel suo piccolo laboratorio a dipingere.

Era diventato pressoché impossibile riuscire a passare un pò di tempo insieme.

Ripensava a quando era bambina e non si staccava un attimo da lei…poi tutto era cambiato.

Il divorzio l’aveva resa schiva, silenziosa a volte irraggiungibile.

Quando la guardava Christine non poteva fare a meno di provare dei rimpianti e un enorme senso di colpa per averla separata da suo padre che adorava.

Una profonda ruga le segnò la bella fronte: il passato aveva lasciato segni indelebili anche per lei.

Bill era sempre stato il grande amore della sua vita e, nonostante tutto lo amava ancora ma il loro matrimonio, la loro vita insieme era stato un terribile, tragico errore.

“Mamma, stai bene?”;

“Cosa?!” la voce di Kora la destò da quei pensieri.

“Avevi una strana espressione sul volto poco…. il tuo sguardo vagava nel vuoto. A cosa stavi pensando?”;

“A nulla di importante” si affrettò a rispondere mentre distrattamente si sistemava i capelli.

Tirò un grosso respiro e poi si sedette sul letto, accanto a sua figlia.

Le accarezzò il bel viso e le sistemò una ciocca ribelle che le copriva gli occhi, dietro un orecchio.

Si specchiò brevemente in quegli occhi marroni e non potè fare a meno di pensare che quello sguardo, quella intensità, l’espressione dei suoi occhi era identica a quella di Bill.

“Cosa stai studiando?”;

“Storia….”;

“Mmm…. quando andavo alle superiori detestavo questa materia. Non ho mai avuto buona memoria con le date”;

quell’affermazione strappò un’allegra risata a Kora.

“Ah! Vedo che mi prendi in giro, eh?”;

“No, figurati” affermò con forza.

“Al contrario; papà mi ha detto che eri una sorta di genio!”;

quell’affermazione la sorprese.

“Tuo padre ti ha parlato di me?”;

“Papà parla spesso di te” e tornò a ficcare la testa su quel paragrafo della rivoluzione russa che faceva una gran fatica a ricordare.

“…..e cosa ti ha raccontato di me?”;

“Che sei brillante, spiritosa, molto determinata e che quando vi siete conosciuti è rimasto colpito dai tuoi splendidi capelli ricci e rossi e dal tuo entusiasmo”.

“Davvero ti ha detto questo di me?”;

“Già”.

Christine sospirò pesantemente.

Si alzò dal letto e si affacciò alla finestra.

Il solito chiasso caotico del traffico serale di Amburgo, le luci gialle che illuminavano le strade e il suo sguardo perso nei ricordi.

“Mamma?”;

“Mmm?”;

“Mi racconti di quando hai conosciuto papà?”;

Christine si voltò a guardarla: Kora non le aveva mai chiesto niente del suo passato.

“Che… strana domanda”.

“E perchè? Papà mi ha raccontato tutto di voi, di quando vi siete conosciuti a Los Angeles…. e tutto il resto”.

Chissà perchè Bill aveva fatto una cosa del genere….

“Cosa vuoi esattamente sapere?”;

“Cosa hai pensato quando lo hai visto la prima volta? Papà è un uomo molto bello e sicuramente non era un tipo che passava inosservato.

“Già”; sospirò di nuovo.

Si avvicinò a sua figlia e tornò a sedersi sul letto.

“Credo…. credo di essere sempre stata innamorata di tuo padre. Da ragazza adoravo la sua musica. Una volta sono perfino scappata di casa per andare a vedere un suo concerto!…. Nonna Jaqueline quando lo scoprì mi mise in castigo per un mese” e scoppiò a ridere.

Kora osservava sua madre con molta attenzione.

Da quando aveva iniziato a parlare di suo padre il suo sguardo si era illuminato e un sorriso allegro si era dipinto sulle sue belle labbra.

“E’ strano il destino… tanti anni nella stessa città senza mai incontrarsi e poi…. dopo tanti anni, a tanti chilometri di distanza, in una città straniera… è stato immediato, direi fulmineo. Mi incantò con il suono della sua voce, con la sua risata strana ma tanto buffa, con i suoi sguardi che ti arrivano fin dentro l’anima, con i suoi modi galanti. Eravamo soli, in un Paese che non era il nostro, avevamo bisogno l’una dell’altro. Credo che quello sia stato il periodo più bello e felice della mia vita…. poi sei arrivata tu e tutto era assolutamente perfetto: non avrei potuto chiedere di più dalla vita”.

“E poi… cosa è successo?” Kora la incitò a proseguire e a tirare fuori gli scheletri del passato: mai come in quel momento lei e sua madre erano state tanto vicine.

Lo sguardo di Christine si rabbuiò.

“Vedi tesoro, tra me e tuo padre c’è sempre stato qualcosa che ci divideva…. qualcosa che non ci permetteva di essere felici come avremmo dovuto…. credo che Bill ce l’abbia messa tutta per far funzionare le cose ma forse, io non ero abbastanza…. non ero la persona giusta”.

La guardò con tanta tristezza.

Quell’ammissione doveva essergli costata tanto.

“I suoi ricordi lo tenevano continuamente lontano da me. Si sentiva un uccello in gabbia e per quanti sforzi facessi, il mio grande amore, non era abbastanza. Il suo cuore apparteneva irrimediabilmente ad un’altra donna”.

“Ti riferisci….ad Elena?”

Sua madre la guardò incredula: le lacrime cominciarono a rotearle negli occhi e il mento iniziò a tremare.

“Come… come sai di lei?” disse a fatica.

“Papà mi ha raccontato tutto. Tu, invece come lo hai scoperto?”.

“Nel modo peggiore” tagliò corto.

“Che vuoi dire?” ma sua madre non rispose.

“Perchè non vuoi dirmelo mamma? Parlarne non può fare altro che aiutarti. Ora sei finalmente felice con Robert, ti sei ricostruita una vita… devi dimenticare il passato e guardare avanti”.

“Non è così facile come sembra tesoro. Non si può dimenticare una cosa come questa…. non si possono cancellare attimi indescrivibili passati tra le braccia dell’uomo che ami e sentirsi chiamare con un nome che non è il tuo”.

Kora ammutolì di colpo.

Con quanta sofferenza sua madre aveva pronunciato quelle parole.

“Io…. io non volevo, scusami mamma”.

“Non scusarti tesoro, non è colpa tua. La colpa semmai è mia ma ero troppo giovane e troppo innamorata. Ho pensato che con il tempo le cose sarebbero cambiate, che sarei riuscita a fargli dimenticare quella donna e che forse un giorno mi avrebbe amato esattamente come lo amavo io…. invece è stato tutto un errore”.

Christine faceva fatica a controllare il dolore ed una lacrima scivolò lungo il suo viso levigato di porcellana.

“Una sera… una come tante…. tuo padre aveva alzato il gomito. Aveva bevuto talmente tanto che faceva fatica addirittura a stare in piedi. Lo avevo chiamato tante volte per darti la buonanotte ma non ero riuscita a trovarlo da nessuna parte. Andai nel suo studio…. era seduto sul divano…. aveva il bicchiere in mano… guardava un album di foto.  Piangeva come un bambino e continuava a pronunciare il suo nome… ero furiosa, arrabbiata, ferita. Nemmeno dopo la tua nascita era riuscito a dimenticarla. Mi avvicinai a lui, afferrai la bottiglia e la lanciai con forza sul pavimento poi presi quell’album e stavo per gettarlo nel fuoco… volevo bruciarlo! Volevo bruciare quelle foto, volevo bruciare il suo ricordo, cancellare il suo nome, distruggere ciò che rappresentava…tuo padre me lo strappò dalle mani e mi spinse con forza facendomi cadere rovinosamente sul divano. Mi gridò in faccia che non mi amava… che non mi aveva mai amato e che nessuno mai avrebbe preso il posto di Elena nel suo cuore”.

Kora si avvicinò a sua madre e la strinse più forte che potè.

“Lo lasciai da solo, nello studio, a continuare ad affogare il suo dolore nell’alcol e scesi di sotto a telefonare alla nonna. Ormai stare insieme non aveva più senso, ci facevamo solo del male”.

“Mi ricordo di quella telefonata”.

Christine si allontanò da sua figlia quel tanto che bastava per poterla guardare negli occhi:

“Come? Ti ricordi di quella sera?”;

Kora annuì:

“Ricordo ogni singola frase di quella telefonata. Ero piccola ma sentii chiaramente che dicevi alla nonna che eri stanca e che quella era l’ultima volta. Dicesti che lo avresti lasciato da solo. Ero talmente spaventata che iniziai a cercare papà ovunque e poi finalmente lo trovai, nello studio, riverso sul divano. Lo chiamai tante volte… ma lui non rispondeva poi, arrivasti tu a portarmi via”.

“Lo feci  solo perchè non volevo che vedessi tuo padre in quello stato…. lui era il tuo adorato papà e ti amava profondamente”.

“Adesso comprendo tante cose mamma…. “;

“Non essere arrabbiata con tuo padre Kora, ha fatto tanti errori ma anche io ne ho fatti molti. Ognuno di noi segue ostinatamente il proprio cuore…io cercavo il suo mentre lui…si tormentava per Elena”.

“Adesso ha finito di soffrire anche lui”.

“Che vuoi dire tesoro?”.

“L’ha ritrovata. Ha trovato la sua Elena”.

“Come?! Io…”.

“L’ho convinto a tornare in Italia e a cercarla. Deve mettere a posto le cose, deve riordinare il suo passato come i tasselli di un puzzle… forse solo così smetterà di logorarsi nel dolore e nel senso di colpa e riuscirà a trovare un pò di pace”.

“Christine? Tesoro, sei pronta?” La voce di Robert proveniva dal corridoio.

“Ricomponiti mamma, non deve vederti in questo stato”.

Christine si asciugò gli occhi ed il viso poi corse allo specchio a sistemare il trucco disfatto.

“Robert, vieni è in camera mia!”.

Robert fece capolino nella stanza di Kora.

“Non trovi che la mia mamma sia stupenda con quel vestito?”.

Robert sorrise guardando Christine: “La tua mamma è sempre stupenda, ed io sono l’uomo più fortunato del mondo”.

“Sei sempre così gentile. Allora tesoro, noi usciamo. Non fare troppo tardi  ok? Cerca di riposare un pochino. A domani”; si avvicinò a sua figlia e le diede un bacio sulla fronte.

“A domani. Divertitevi!”.

Kora li guardò allontanarsi ma un nodo le stringeva la gola impedendole quasi di respirare.

******

La serata era particolarmente piacevole.

Il cielo era una immensa distesa di stelle luccicanti, l’aria profumava di gelsomino e i grilli cantavano una deliziosa serenata.

Elena era seduta sul vecchio dondolo nel giardino della sua casa ma non era sola.

Carla e Renato erano insieme a lei e le facevano compagnia.

“Dopo tanto tempo è tornato a cercarti” Renato scrutava i suoi occhi scuri.

“Già. Dopo ventisei anni; ventisei lunghi anni…. mi ha detto che è tornato per restare…. me lo ha giurato”.

“E tu gli credi, bambina?” Renato le parlava come un padre.

“Non lo so…io non so più cosa pensare”.

“Però sei tanto felice cara…. i tuoi occhi dicono più di mille parole”.

Elena le strinse forte la mano.

“Lo sono immensamente Carla. Se è un sogno, non vorrei più svegliarmi…. è tutto così bello, troppo ed io ho paura che la storia possa ripetersi. Resterò di nuovo da sola e questa volta non…..non so se riuscirei sopportarlo”.

“E’ passato tanto tempo cara. Eravate solo due ragazzini, ora le cose sono cambiate” continuò Renato.

Elena annuì silenziosa.

“Gli racconterai la verità?” insinuò Carla;

Elena sollevò lo sguardo terrorizzata fissandola dritto in quelle pozze azzurre che la fissavano amorevolmente.

“Io…ecco io… non lo so” ammise rassegnata.

“Non so se ne avrò la forza”.

continua

Fanfiction: “La Stagione delle Piogge”. Capitolo XXII

Licenza Creative Commons
Questo opera è distribuito con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Unported.

Capitolo XXII

“Elena!”;

Bill si precipitò fuori dal ristorante nel tentativo di raggiungerla ma era troppo tardi.

Le ruote stridettero sull’asfalto mentre si allontanava velocemente da lì.

“Elena…..”;

incrociò il suo sguardo solo per un istante: aveva il viso inondato di lacrime.

“Maledizione!” imprecò a denti stretti.

L’ultima cosa che voleva era farla soffrire ancora.

Rientrò nel locale, pagò il conto e poi si avviò al parcheggio.

Si avvicinò alla sua auto con l’aria mesta.

Quelle lacrime erano una sofferenza atroce…. e le parole che gli aveva detto….

si sentiva un verme.

Camminava avanti e indietro senza sosta, come un animale in gabbia.

“Sono un idiota! …..un perfetto idiota….”.

– non hai esitato a fare a pezzi il mio cuore e a gettarlo via –

Prese a calci con forza una ruota e si strinse la testa fra le mani: quelle parole continuavano a riecheggiare nelle orecchie…forse un pugno sul viso avrebbe fatto meno male.

Doveva fare qualcosa…. non poteva restare lì, con le mani in mano mentre lei era chissà dove….

doveva cercarla, doveva spiegarsi; adesso doveva assolutamente dirle ciò che provava per lei, ciò che aveva rappresentato nella sua vita in tutti quegli anni.

– perchè non sei rimasto dov’eri? –

“Già….forse sarebbe stato meglio!” pensò con amarezza.

Con quanto dolore aveva pronunciato quella frase….sentiva il petto schiacciato in una morsa.

Senza attendere oltre salì in macchina e mise in moto.

Anche se avesse dovuto girare tutta la notte l’avrebbe trovata.

Vagò a lungo per le stradine secondarie e semi sconosciute, per le vie del centro, al porto ma di lei nessuna traccia.

Pensò che potesse essere tornata a casa.

Magari la quiete ed il silenzio di quelle quattro mura  l’avrebbero fatta sentire al sicuro….

Frenando bruscamente, invertì la direzione di marcia sollevando un coro di proteste e di clacson inferociti.

Non li sentì neanche.

Imboccò il viale alberato a tutta velocità, arrivò al cavalcavia quasi senza accorgersene e poi sul ponte che sovrastava l’autostrada fino alla grande rotonda facendo stridere le gomme sull’asfalto.

Arrivò al vialetto in preda all’agitazione e allo sconforto: vedeva i suoi occhi così tristi, quell’espressione così affranta, quelle lacrime precipitare lungo il suo bel viso….

Parcheggiò proprio davanti al suo cancello: si precipitò fuori dall’auto e suonò al citofono ma nessuno gli aprì.

Tutto era silenzioso e buio; si spostò un pochino per controllare se  sul retro ci fosse la sua auto.

Increspò la fronte ed iniziò a mordersi nervosamente le labbra: non era nemmeno lì.

Dove poteva essere?

Dove era andata a rifugiarsi?

Era quasi sul punto di arrendersi quando gli venne in mente l’ ultimo posto dove ancora non l’aveva cercata.

Raggiunse la spiaggia che ormai era notte fonda.

Il cielo era coperto di nuvole: solo a tratti permetteva alle stelle di spuntare timidamente in quel cielo blu cobalto.

Procedeva adagio lungo il sentiero poco illuminato che conduceva al parcheggio della spiaggia.

“Finalmente!” si rincuorò appena vide la sua auto.

Immediatamente parcheggiò accanto alla sua  e si precipitò fuori.

“Elena!” gridò forte il suo nome ma lei non rispose.

“Elena, dove sei?”; ma ancora nulla.

“Elena rispondimi per favore….” ancora silenzio.

Corse fino alla spiaggia.

Il mare impetuoso, schiantava con forza le onde sulle spiaggia e il vento agitava i pini e anche il suo cuore.

“Dove sei Elena….” man mano che passava il tempo la preoccupazione prendeva il sopravvento.

Aveva guardato praticamente ovunque ma non era ancora riuscito a trovarla.

“Se ti è successo qualcosa per colpa mia….io…non potrei mai perdonarmelo” pensava sempre più in ansia.

“Elenaaaa!” continuava a gridare il suo nome ma la sua voce era appena udibile; il rumore delle onde e il vento la coprivano disperdendola  nell’aria.

Raggiunse il vecchio bar, i lidi ma Elena sembrava sparita nel nulla.

Camminò lungo la spiaggia, alla ricerca di un indizio, di una traccia poi, quando il suo cuore ormai era in preda alla paura e all’angoscia, finalmente la vide.

Le nuvole si erano diradate un pochino permettendo alla luna di illuminare la spiaggia ed il mare in burrasca.

Elena se ne stava rannicchiata ai piedi di quel vecchio tronco.

Con le braccia si cingeva le gambe e aveva la fronte appoggiata alle ginocchia.

Bill si portò una mano al petto e tirò un enorme respiro.

Finalmente l’aveva trovata.

Si avvicinò lentamente a lei: la sentì piangere mentre tentava di nascondere il viso.

In quel momento avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di non vederla in quello stato.

Era ad un passo da lei.

Vedeva il suo corpo scosso dai singhiozzi.

Non riuscì ad aprire bocca….

Elena si voltò a guardarlo: quegli occhi rossi e gonfi di pianto e di vento erano una lama conficcata nel petto.

Si sentiva inerme, annientato.

Era lui il responsabile di tutto quel dolore e non poteva fare nulla per alleviarlo.

Non riusciva a trovare il coraggio di parlarle, di confortarla.

In silenzio si sedette accanto a lei.

La guardò con tenerezza:  sentiva un nodo stringergli la gola e i respiri erano quasi un dolore.

“Elena, io…” ma non riuscì a finire la frase.

Elena gli appoggiò il viso sul petto lasciandosi andare ad un pianto sconsolato.

Bill le passò un braccio intorno alle spalle e la strinse più forte che potè.

“Perdonami amore mio… ” il suo cuore gridò forte ma dalle sue labbra non uscì alcun suono;

“…. perdonami”.

Restarono così abbracciati a lungo in quella notte di tempesta.

Elena aveva pianto tanto: le emozioni l’avevano sfinita e si era addormentata con la testa ancora sul suo petto e stretta tra le sue braccia.

Bill si era sfilato la giacca, facendo attenzione a non svegliarla e poi la coprì per non farle prendere freddo.

La guardava mesto: cosa si nascondeva nel suo cuore? Cosa si agitava sotto quella apparente calma? Cosa era successo in tutti quegli anni durante la sua assenza?

Anche lei aveva sofferto molto e quella reazione ne era la dimostrazione evidente.

Cosa ne era stato della sua vita? Dei suoi sogni? Dove era finita quella ragazzina dolce e sognatrice che lo aveva fatto perdutamente innamorare di sè?

A guardarla così, mentre dormiva stretta a lui sembrava che il tempo fosse rimasto fermo a vent’anni prima…. solo che adesso non erano più dei ragazzi spensierati e le ferite erano ancora aperte.

-Cosa ho fatto?…. In tutti anni ho pensato soltanto a me, alla mia vita incasinata, ai miei fallimenti, ai miei errori… ma tu, tu non dovevi pagare un prezzo tanto alto…. non volevo Elena, credimi.  Mi sono illuso… si, ho sperato, ho voluto fortemente credere che tu fossi felice, che mi avessi dimenticato. Forse era il modo più semplice di mettere a tacere la mia coscienza, i miei sensi di colpa ma vederti così… non posso accettarlo. Mi si spezza il cuore. Avresti potuto avere una vita serena, avresti potuto avere una famiglia…magari dei figli e invece. Sei ancora qui, su questa stessa spiaggia a piangere ancora per me, per quella promessa che non ho saputo o forse non ho voluto mantenere… – pensava a tutte queste cose mentre la stringeva più forte.

Sapeva perfettamente che non avrebbe mai potuto rimediare al male che le aveva fatto ma, se lei glielo avesse permesso, avrebbe passato il resto della vita che gli rimaneva a cercare di farsi perdonare e a renderla felice…a rendersi felici perchè adesso come mai prima di allora aveva compreso che lei era tutto ciò che mancava nella sua vita.

Sebbene si sentisse una canaglia per come si era comportato, quel malessere, quel senso di vuoto che si trascinava dietro  lo aveva finalmente abbandonato: era come se la sua anima si fosse improvvisamente ricongiunta a quella di Elena ritornando ad essere una cosa sola.

“Mmm…” Elena si sfregò gli occhi con una mano mentre il suo respiro veniva smorzato da un singulto.

Aprì gli occhi lentamente e vide la sua immagine sfuocata.

Bill le sorrise dolcemente.

“Buon giorno”.

“Non era un sogno…” disse mettendosi dritta e scostando un pochino la sua giacca.

Le prime luci del mattino cominciavano ad affiorare nel cielo ancora buio della notte.

“Avresti preferito che svanissi assieme alla notte appena trascorsa?” le chiese intimorito.

“No”; finalmente si voltò a guardarlo negli occhi.

Aveva il viso segnato, il trucco disfatto e gli occhi ancora rossi.

“Non bisogna aver paura del proprio passato, affrontare i suoi fantasmi e fare i conti con il proprio dolore”.

Si mise in piedi a fissare l’orizzonte.

Aveva ripreso il controllo di sè e della situazione: indossava di nuovo quella maschera di risolutezza e di distacco ma non aveva perso la sua dolcezza.

Bill la guardava con ammirazione: c’era tanta dignità e forza d’animo in lei che non poteva non esserne impressionato.

“Sii sincero con me Bill, almeno questa volta”;  Elena lo guardava implorante.

“Perchè sei tornato qui dopo tutti questi anni?”

Bill sospirò pesantemente, rivolgendo lo sguardo alle onde che pigramente si allungavano sulla spiaggia mentre le acque del mare specchiavano come un immenso manto di velluto blu, le ultime stelle del cielo della notte.

“Non lo so. Non so cosa mi abbia spinto a venire fin qui….forse l’insistenza di Kora, forse i ricordi di una estate meravigliosa, forse trovare finalmente un pò di pace….se solo sapessi quanto sono stanco di questa vita”.

Elena  guardava le sue spalle curve, quell’aria così afflitta e quegli occhi velati, lei non aveva mai visto tanta malinconia in quegli occhi che ricordava così profondi ed espressivi

“Forse sto solo cercando di ritrovare me stesso”.

“Capisco” disse dopo un lungo sospiro.

Quante attese disilluse.

Perchè si aspettava che fosse tornato per lei? Perchè sperava ardentemente che anche lui, forse si sentiva incompleto, che quella forza che la spingeva inevitabilmente a tornare in quel luogo, nello stesso periodo, spingesse anche lui a mantenere fede a quella vecchia promessa, a completare la sua vita così vuota e così insignificante da quando non era più tornato.

“Ti-ti auguro di trovare al più presto quella serenità che tanto cerchi Bill… ” si voltò,  raccolse i sandali e lentamente si incamminò lungo la spiaggia.

Aveva percorso solo pochi passi quando la voce di Bill la raggiunse.

“Sarà difficile che io trovi la serenità, se te ne vai”.

Elena sentì una fitta proprio in mezzo al petto, sentiva il cuore battere forte ed il respiro accelerare.

Si voltò un tantino e lo vide  ancora seduto ai piedi di quel vecchio tronco che la guardava.

Si fissarono a lungo senza dire nulla.

“…Se riuscirai a dimenticare il tempo….se riuscirai a  perdonarmi  per il male che ti ho fatto….forse potrebbe esserci una seconda possibilità per noi….una seconda possibilità per  essere felici”.

Si alzò e lentamente la raggiunse.

Ora erano l’uno difronte all’altra, i loro occhi si riflettevano come specchi nelle spire dell’anima.

“Tu sei quella pace che tanto desidero Elena…. sei tu che manchi in questa mia vita …”

Bill le prese il viso tra le mani ed Elena abbassò lo sguardo e all’improvviso le sue labbra si posarono sulle sue delicatamente,  con timore.

Lei tremava tra le sue braccia: era così fragile e vulnerabile in quel momento ma all’improvviso gli lanciò le braccia al collo e rispose a quel bacio con una dolcezza struggente.

Si stringeva forte a lui e aveva quasi il timore che da un momento all’altro svanisse.

Bill si stacco da lei per un attimo per poterla guardare negli occhi.

“Sono tornato per restare Elena… non andrò mai più via, te lo giuro”.

Elena aveva gli occhi velati di lacrime.

“… Te lo giuro”.

continua

Fanfiction: “La Stagione delle Piogge”. Capitolo XXI

Licenza Creative Commons

 Questo opera è distribuito con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Unported.

Capitolo XXI

Erano rimasti lì, seduti su quel vecchio tronco chissà per quanto.

Elena fissava il mare e poi si voltava a guardare Bill ed inevitabilmente, tutte le volte i suoi occhi erano fissi su di lei.

La guardava con tenerezza e il suo sorriso esprimeva parole che in quel silenzio potevano essere ben udite dal suo cuore che, ancora incredulo, batteva  forte.

Lei gli sorrideva accarezzandolo con lo sguardo ma Bill non riusciva a decifrare quel sorriso, quegli sguardi velati di malinconia.

Nonostante il silenzio, le distanze che volutamente avevano creato fra di loro, sentirla così vicina  era un’emozione indescrivibile.

Percepire il suo respiro, sentire il fruscio del vento tra i suoi capelli, il suo profumo così intenso e così delicato lo rendevano vulnerabile.

Guardandola avvertiva prepotente dentro di sè il desiderio di toccarla, di sfiorare con una leggera carezza quel viso delicato, di stringerla forte al suo petto e di assaporare di nuovo quelle labbra che lo tentavano ad ogni sorriso.

Avrebbe voluto sussurrarle piano che gli era mancata terribilmente, che senza di lei la sua vita non era più la stessa e che ancora una volta voleva tornare in quell’universo di pensieri e di sentimenti che lei era e che tuttora rappresentava.

Voleva gridarle forte che l’amava profondamente e che mai nessuna aveva preso il suo posto in tutti quegli anni, desiderava ardentemente abbracciarla e rassicurare quegli occhi smarriti che questa volta non sarebbe scappato: che questa volta era tornato per restare.

In quel momento gli  bastava solo stringerle le mano ma, lei non glielo permetteva.

Era stata chiara: ognuno di loro aveva fatto delle scelte ma le sue dove l’avevano condotta? L’avevano cambiata? E fino a che punto era disposta ad aprirsi di nuovo a lui?

Comprendeva che era solo un meccanismo di difesa: in quei lunghi anni, la sofferenza e la disillusione dovevano essere state un prezzo molto alto da pagare ma lui doveva fare assolutamente fare qualcosa.

Doveva scoprire se provava ancora qualcosa per lui, se non era troppo tardi per loro, se finalmente era disposta a renderlo di nuovo immensamente felice….

Doveva procedere cautamente e soprattutto non doveva farsi trasportare dalle  emozioni.

Doveva restare lucido e aspettare i suoi tempi, procedere per gradi ed essere pronto a tutto, anche ad un suo rifiuto….

già….un rifiuto ma sarebbe stato in grado di sopportarlo? Proprio ora che si erano ritrovati, proprio ora che la felicità era a portata di mano.

“A cosa stai pensando?”;

Elena aveva letto sul suo volto i suoi pensieri.

“A tante cose Elena…”;

“anche io ho tanti pensieri…” disse mettendosi in piedi.

“Belli o brutti?” gli chiese curioso.

“Alcuni sono bellissimi” e il suo sguardo si illuminò assieme al suo sorriso ma all’improvviso cambiò espressione: increspò  la fronte e le labbra assunsero una piega di dolore e di cinismo che non gli conosceva.

“Altri invece, vorrei solo dimenticarli. La mia vita è stata un lungo cammino in salita…forse….forse un giorno te  lo racconterò ma non adesso. Piuttosto”;

continuò sorridendo:

” sarebbe il caso di togliersi dal sole, rischi di prendere una scottatura con quella pelle chiara che ti ritrovi”.

“Che…che ne dici se andiamo a mangiare un boccone …ti va?” azzardò Bill;

“Mangiare? Ma che ore sono?”;

“Le due” le rispose dopo aver guardato l’orologio.

“Cielo! Sono in ritardo….me ne sono completamente dimenticata! “;

afferrò il suo cappello e camminando a passo spedito si incamminò in direzione dei lidi.

Bill la raggiunse in un attimo:

“Allora, che mi rispondi?”;

“Mi dispiace  ma ho già un impegno per pranzo….o meglio ce l’avevo mezz’ora fa”.

“E per cena? Hai impegni?”.

“No”.

Bill sorrise compiaciuto: era solo un invito a cena ma era già un piccolo traguardo.

“Che ne dici di quel  ristorantino al porto? Te lo ricordi?”.

“E come potrei dimenticarlo? Ci andavamo sempre”.

“Va bene se passo a prenderti alle otto?”;

Elena si voltò a guardarlo sorpresa: possibile che si ricordasse dove abitava dopo tanto tempo?

Scosse leggermente la testa:

“Non è il caso: ho la mia auto. Ci vediamo direttamente lì alle otto e trenta se per te va bene”.

“Ok. Come preferisci”.

Intanto erano arrivati proprio davanti a quel vecchio bar.

Elena si voltò in direzione del  lettino e fece un cenno con la mano ai due anziani signori che la attendevano con l’aria preoccupata poi si rivolse a Bill: “Beh, a questa sera”.

“A questa sera…” Bill le sorrise mentre si allontanava per raggiungere i suoi amici quando all’improvviso  si fermò e tornò indietro.

“Bill io…” ma le parole morirono sulle sue labbra.

Abbassò lo sguardo senza avere più il coraggio di continuare.

Bill la guardava intensamente….. sentiva il cuore martellargli con forza contro il petto.

“Dimmi…cosa c’è?” le sussurrò piano avvicinandosi lentamente a lei e controllando a malapena l’impulso di prendere la sua mano e stringerla forte tra le sue”.

“Niente. A questa sera”.

Bill annuì vedendola allontanarsi e raggiungere la coppia. Solo un attimo prima di andar via,  si voltò a guardarlo e notò che lui era ancora lì a fissarla.

Lei gli sorrise poi indossò quel vecchio cappello e se ne andò.

Chissà cosa voleva dirgli….

Era euforico e una strana sensazione si impossessò di lui….era ….felice?!

Poteva finalmente pronunciare di nuovo quella parola dopo tanto tempo?

Si.

Era felice proprio come allora, quando il cuore di Elena batteva solo per lui.

Col cuore gonfio di aspettative e di speranza, tornò al suo albergo.

Elena  si era preparata con cura per quell’appuntamento.

Aveva indossato il suo vestito più bello, un abito nero dalle spalline large che lasciava interamente scoperta la schiena, stretto in vita e morbido sui fianchi lungo fin sotto al ginocchio.

Un grazioso scialle di leggera organza di colore rosa  avvolgeva le braccia e tra le mani stringeva una minuscola pochette.

Si era truccata leggermente e aveva indossato una semplice parure di diamanti composta da piccoli orecchini e da un collier dalla montatura sobria e raffinata.

Prima di scendere dall’auto si diede un’ultima occhiata nello specchietto retrovisore e si accorse che del rossetto non era rimasta traccia.

Aveva continuato a mordersi le labbra durante tutto il tragitto facendosi mille domande.

Perchè era tornato in Toscana?

Era tornato per lei? E se veramente era tornato per lei, cosa si aspettava? E lei? Come doveva comportarsi?

Quando lo aveva rivisto su quella spiaggia, non aveva creduto ai suoi occhi.

Era tutto troppo bello per essere vero….

Forse era tornato solo per mettere a tacere la sua coscienza…. non doveva illudersi di nuovo.

Bill era sempre Bill e questo non si poteva cancellare, come non si poteva cancellare il dolore, l’umiliazione, la solitudine.

L’immagine che quello specchietto rifletteva era quello di una donna spenta, senza più speranze o illusioni.

Tirò un enorme sospiro.

Aprì la borsetta e tirò fuori il rossetto, se lo applicò velocemente poi,  uscì dall’auto e dopo essersi stampata sul viso un sorriso di circostanza,  raggiunse l’ingresso.

Esitò solo un attimo prima di spingere la pesante porta.

Appena entrata fu investita da un allegro vocio di persone che chiacchieravano amabilmente e da una melodia che un pianista  eseguiva con maestria.

In quegli anni quel piccolo ristorante, poco più che una trattoria, aveva subito una grande trasformazione ed ora era il più elegante e sofisticato locale della zona.

Le luci soffuse rendevano l’atmosfera calda e accogliente e i piccoli dettagli come le tovaglie di pesante damasco e le candele accese lo rendevano il luogo ideale dove trascorrere una serata piacevole.

Si guardò intorno nel tentativo di vedere Bill seduto a qualche tavolo ma non lo vide.

Lui invece l’aveva notata fin dal momento in cui aveva varcato la soglia.

Era seduto al bancone del bar a bere qualcosa: aveva bisogno di rilassarsi e di ingannare l’attesa.

Appena la vide un enorme sorriso gli si disegnò sulle labbra ed iniziò ad agitarsi.

Era bellissima.

Il cuore all’improvviso accelerò i battiti ed una strana sensazione si impossessò di lui.

Quel vestito fasciava completamente le sue belle forme esaltandole.

Finalmente anche lei lo vide ed appena i loro occhi si incontrarono il suo cuore perse un battito.

Trattenne il respiro quando lo vide alzarsi ed avvicinarsi a lei.

Era bello da togliere il fiato con quella camicia bianca e la giacca scura che slanciava ancora di più la sua figura snella.

Le spalle larghe e dritte, i fianchi stretti, le lunghe gambe messe in evidenza dal taglio dritto e sottile dei pantaloni…e quel sorriso….quello sguardo.

“Buona sera Elena”.

Elena sentì un brivido correre lungo la schiena.

“Buo-buona sera Bill” rispose timidamente.

“Prego, da questa parte” e la guidò al tavolo.

Si avvicinò alla sedia e l’aiutò ad accomodarsi.

“Grazie” disse con un filo di voce mentre tentava di sottrarsi al suo sguardo così intenso.

Si sedette di fronte a lei e la fiammella delle candele accese illuminava i loro volti.

“Sei bellissima”.

Elena sorrise abbassando lo sguardo:

“E tu sei molto galante”.

“Non è vero: dico solo ciò che penso”.

Quella ammissione la fece sentire ancora più a disagio: Bill era disarmante; in questo non era affatto cambiato.

L’arrivo del cameriere interruppe la magia di quell’istante.

“Se i signori vogliono ordinare”.

Elena diede una rapida occhiata al menù e scelse un’orata ai ferri accompagnata da patate speziate; Bill optò per un piatto di pasta al pesto e delle verdure grigliate.

“E da bere?”;

“Del vino bianco secco, per favore” chiese Elena.

Bill la guardò interrogativo….da quando era diventata una estimatrice di vini?

“E per lei signore?”;

“Ah…lo stesso grazie”.

Elena aveva catturato la sua espressione di poco prima.

Sicuramente era sorpreso, così rispose a quella tacita domanda.

“Ho fatto un corso per sommelier qualche anno fa… con il mio lavoro è necessario avere molte conoscenze…e da lì ho imparato ad apprezzare il vino”.

Bill annuì senza rispondere.

La fissava con occhi adoranti, come se la vedesse per la prima volta.

Elena invece si sforzava di non far trapelare le sue emozioni.

Col tempo aveva imparato a fingere molto bene, a dissimulare i turbamenti: semplicemente indossava una maschera di imperturbabilità e apparente calma.

Quegli occhi continuavano ad esercitare su di lei una grande influenza: quando la guardava in quel modo, le faceva provare delle sensazioni ormai sopite, emozioni che in tutti quegli anni si era sforzata di dimenticare senza riuscirci.

La faceva sentire bella e ammirata; le faceva battere il cuore talmente forte che sembrava dovesse scoppiare; la faceva sentire desiderata.

Solo le sue labbra tradivano quella inquietudine: tremavano quasi impercettibilmente e sebbene tentasse di nasconderlo, non era del tutto sicura che Bill ignorasse quel piccolo dettaglio.

Bill invece lo aveva notato e questo lo rese un pò più sicuro, un pò più audace.

“Sei sempre la stessa Elena”;

“Che…che significa?” disse distogliendo lo sguardo dal suo.

La tenue luce delle candela rendeva i suoi occhi ancor più luminosi

Bill  scrutava con attenzione ogni gesto, ogni piccolo dettaglio, ogni singola espressione del suo viso;  appoggiò la mano sulla sua e con il pollice iniziò ad accarezzarle il dorso.

Elena sbarrò gli occhi.

Un nodo le strinse la gola mentre un lungo brivido le corse lungo la schiena.

Sollevò di scatto gli occhi specchiandosi nei suoi mentre i suoi respiri sempre più accelerati le facevano alzare ed abbassare il petto, seguendo il loro ritmo ansante.

Dopo tanto tempo sentire di nuovo il calore della sua pelle era  quasi un dolore.

“In tutto questo tempo, non sei cambiata affatto; sei la stessa ragazzina che ho conosciuto tanti anni fa”.

Elena deglutì a vuoto.

Quel nodo stringeva sempre più forte e gli occhi le si velarono di lacrime.

“Puoi fingere di essere indifferente quanto vuoi ma io ti conosco, conosco il tuo cuore. Tu provi ancora qualcosa per me, significo ancora qualcosa nella tua vita….tu non immagini quanto”; ma lei sottrasse bruscamente la mano dalla sua e scattò in piedi come una molla.

“Tu non sai niente invece. Dici che conosci il mio cuore…. ma non hai esitato a farlo a pezzi e a gettarlo via. Perchè sei tornato Bill? Perchè non sei rimasto dove eri?” poi senza aggiungere altro scappò fuori.

“Elena!”.

continua

Fanfiction: “La Stagione delle Piogge”. Capitolo XX

Licenza Creative Commons
Questo opera è distribuito con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Unported.

Capitolo XX

“Bill…sei proprio tu?”;

Bill annuì senza rispondere.

Elena si specchiava nei suoi occhi marroni e non riusciva a credere che fosse tornato dopo tanto tempo.

Le girava la testa, sentiva le orecchie ronzare e le gambe sempre più molli.

Mille ricordi le tornarono alla mente mentre il suo cuore batteva ancora troppo velocemente.

Entrambi si scrutavano a vicenda ma nessuno dei due aveva il coraggio di aprire bocca.

Erano l’una di fronte all’altro, esattamente come ventisei anni prima e proprio come allora, gli occhi di Elena erano pieni di lacrime.

Sembrava che il tempo si fosse fermato, che i minuti, i secondi, durassero una eternità.

Era tutto così irreale,  sospeso in una bolla,  come se non esistesse più niente: nè il chiasso dei bambini, nè il vento tiepido che scuoteva i loro corpi rigidi ed ansimanti, nè il rumore delle onde che si infrangevano sulla spiaggia.

C’erano solo loro due, i loro sguardi insicuri, le loro labbra tremanti, i loro battiti impazziti, i loro mille pensieri, le loro mille domande lasciate a vagare…

Poi, d’improvviso qualcosa si sbloccò; le labbra di Bill si aprirono in un sorriso un pò imbarazzato ed Elena, a sua volta, sorrise un pò incerta mentre una lacrima sfuggita al suo controllo precipitò lungo il suo bel viso.

Bill si sentiva inerme; quella tempesta burrascosa di sentimenti e sensazioni gli faceva mancare il respiro mentre Elena, con un gesto rapido, si asciugò  quella lacrima quasi vergognandosene.

“Che…che ci fai qui?”;

“Come stai?”;

Le loro voci si sovrapposero allegramente.

Si guardarono negli occhi e si sorrisero.

“Prima tu”; disse Elena.

“No, prima tu”; rispose Bill.

Elena abbassò lo sguardo: aveva il cuore in tumulto e mille domande le affollavano la testa.

“Che sorpresa…. non-non mi sarei mai aspettata di rivederti”.

Bill annuì ancora una volta senza rispondere.

Il vento le scompigliava i capelli riversandoglieli sul viso.

Era così bella…proprio come allora.

Trovare delle parole che non suonassero patetiche o scontate in quel momento gli risultava veramente difficile.

Quel nodo che gli stringeva la gola gli impediva quasi di respirare.

“Come…come stai?”;

la voce gli uscì un pò strozzata.

Elena gli sorrise dolcemente:

“Sto bene, grazie… e tu?”;

anche lei era a disagio e come lui cercava di controllare le emozioni.

“Bene. Bene”.

La conversazione era uno scambio di battute meccaniche; entrambi erano tesi ed impacciati eppure lei non sembrava affatto arrabbiata.

Era pacata, serena, la sua voce calma e  melodiosa gli trasmetteva una sicurezza che era ben lungi dal provare.

“Quando sei arrivato?” gli chiese ad un tratto.

“Una settimana fa più o meno”;

“E… sei qui… da solo? Voglio dire” si affrettò ad aggiungere: “tuo fratello non è venuto con te?”;

“No. Lui è rimasto a Los Angeles. Sono qui da solo”.

Elena annuì continuando a sorridere.

“E tua cugina? Mi sembra che si chiamasse Alessandra”;

“Oh, lei si è sposata e ha avuto due bambini. Adesso vive a Roma ma torna qui per le vacanze ogni anno. Ti ricordi? Lei e tuo fratello non facevano altro che litigare!” e scoppiò a ridere.

“Già. Discutevano e si rimbeccavano per ogni sciocchezza ma alla fine, erano diventati molto amici”.

“E’ vero”.

“E tu…. tu sei qui …da sola?”;

Elena lo guardava teneramente con quei suoi occhi scuri e grandi.

“Si…. da sola”.

Bill azzardò un pò imbarazzato guardandosi la punta dei piedi:

“Niente marito… o figli?”;

Elena lo guardò di sottecchi:

“Niente figli e…. niente marito”.

Bill tirò un enorme respiro sperando che lei non se ne accorgesse; il suo sguardo era capace di abbattere ogni sua difesa e proprio come tanti anni prima, lo faceva sentire insicuro.

“Tu, invece hai una figlia stupenda”.

Bill sbarrò gli occhi per la sorpresa.

“E’ una ragazza molto bella… ti somiglia molto: ha i tuoi stessi occhi”.

Così conosceva Kora….ma come faceva a saperlo?

“Ho sempre saputo chi fossi, Bill Kaulitz”.

Il cuore di Bill accelerò i battiti.

“Perchè ti meravigli tanto?”;

” Ecco io….credevo che….veramente”; iniziò a balbettare.

“Non preoccuparti. Non ce l’ho con te per aver cercato di nascondermi la tua identità”.

“Davvero?” le chiese come un bambino che è stato sorpreso a rubare dal barattolo delle caramelle.

“Davvero”.

“….In tutto questo tempo tu… tu hai sempre saputo”.

Elena annuì.

“E perchè non mi hai mai detto niente?”;

“Perchè avevo compreso che volevi vivere quella vacanza come una persona qualunque. Volevi solo essere Bill, il ragazzo sensibile e gentile e non la rockstar di successo.  Avevi bisogno di mostrare la parte vera di te: il ragazzo premuroso e un pò imbranato che desiderava tanto avere degli amici e, che  per una volta, non doveva  nascondersi dietro quella maschera di trucco e di bugie”.

Bill chinò di nuovo lo sguardo, non riusciva più a sostenere la luce che sprigionavano i suoi occhi.

“Ora capisco…”; sussurrò appena.

“Cosa?”; gli chiese curiosa.

“Perchè non mi chiedevi mai niente, non mi facevi mai domande… “.

Elena annuì di nuovo sorridendo.

Bill continuava a tenere la testa bassa: ora si sentiva ancora più fragile; ancora più vulnerabile.

Continuava a ripensare alle parole che aveva appena udito: ancora una volta Elena era stata capace di sorprenderlo.

Sapeva chi era, sapeva dove trovarlo, sapeva che si era sposato, che aveva una figlia….  e non era mai andato a cercarlo per rinfacciargli quella vecchia promessa che non aveva mantenuto.

Perchè?

Quella domanda cominciava a rumoreggiare vorticosamente nei suoi pensieri;

E perchè, dopo tanti anni era ancora lì su quella spiaggia e portava con sè quel vecchio foulard?

“Ti va di fare due passi?”;

quella strana richiesta lo destò portandolo alla realtà.

“Ma certo….con piacere”.

Elena stringeva forte quel cappello e con le dita accarezzava nervosamente il foulard.

“Vivi ancora a Los Angeles?” gli chiese all’improvviso.

“No. Da quando io e Christine abbiamo divorziato sono tornato a vivere ad Amburgo per stare più vicino a Kora”.

“Capisco”.

“E tu? Vivi ancora a Milano? Stai sempre con i tuoi?”.

La vide sospirare e mordersi le labbra.

Forse aveva toccato una nota dolente.

“I miei vivono ancora a Milano.  Io mi sono trasferita a Bruxelles”.

“A Bruxelles? E come mai?” gli chiese curioso;

“Forse non te ne ricordi ma, il mio sogno era diventare ambasciatore”.

Bill cercò di tornare indietro con la memoria ma per quanto si sforzasse, proprio non riusciva a ricordare.

“E ci sei riuscita?”;

Camminavano lentamente, fianco a fianco potevano sentire l’uno il calore della pelle dell’altra ma entrambi facevano molta attenzione a non sfiorarsi.

“No” gli rispose sorridendo poi continuò: ” la carriera diplomatica è riservata pochi eletti. Lavoro all’Europarlamento”.

Bill la guardò carico di ammirazione.

“Deve essere un lavoro molto impegnativo…prestigioso anche”.

“Impegnativo sicuramente ma non prestigioso. Sono la collaboratrice di un membro della Commissione. Traduco documenti, preparo discorsi, mi occupo degli appuntamenti ufficiali….cose del genere”.

“Interessante” replicò cercando di immaginarsela mentre indossava un austero tailler che dettava ordini a destra e manca dietro una grande scrivania.

“E tu? Cosa fai adesso? Di cosa ti occupi?”;

“Continuo a scrivere canzoni. Sono un produttore ma non dirmi che non lo sapevi….”;

“Le ultime notizie che ho di te le ho apprese dai giornali e riguardavano il matrimonio della tua ex moglie. Eri…. molto elegante “.

Bill rimase in silenzio a lungo.

Chissà perchè quelle parole lo colpirono duramente.

Che idea si era fatta di lui in tutti quegli anni? Doveva aver sofferto molto a causa sua. Il tono rassegnato e dimesso con cui aveva pronunciato quelle poche parole  lo scossero profondamente.

Doveva cercare delle risposte e non era certo che Elena fosse disposta a dargliele.

Immaginava quanta sofferenza  le avessero procurato le foto della nascita di sua figlia,del suo matrimonio mentre lei, su quella spiaggia attendeva il suo ritorno.

Si sentì un vigliacco per l’ennesima volta e per l’ennesima volta si vergognò di se stesso e di quello che le aveva fatto.

Certo lei non poteva sapere che tutta la sua vita era stata tormentata dai sensi di colpa e dal vuoto che lei gli aveva lasciato nel cuore.

Non poteva immaginare che il suo desiderio più grande era quello di poter tornare indietro per non ripetere quell’errore.

Non poteva comprendere la solitudine e l’amarezza che erano state sue fedeli compagne durante quei lunghi ventisei anni.

Doveva scoprire se c’era ancora qualcosa di quell’amore che li aveva uniti così profondamente quando erano ragazzini; voleva sapere a tutti i costi se quel sogno che lui aveva infranto poteva essere ricostruito; se le ferite che aveva causato al suo cuore erano finalmente rimarginate o se il suo ritorno ne aveva procurato delle nuove.

Si portò una mano alla testa e si massaggiò nervosamente una tempia sulla quale pulsava vistosamente una vena.

Senza accorgersene, avevano superato il tratto di spiaggia riservato ai lidi ed erano giunti in un tratto un pò isolato di quella grande spiaggia.

Un grande tronco liscio, consumato dall’acqua salata e dalla salsedine sembrava un relitto abbandonato alla deriva.

Elena si sedette e fece cenno a Bill di sedersi accanto a lei.

Entrambi guardavano la linea dell’orizzonte senza dire una parola.

I gabbiani volavano alti nel cielo e si lasciavano trasportare pigramente dal vento.

“E’ tutto come allora” bisbigliò Elena;

Tu, io, questa spiaggia….sembra che il tempo non sia mai passato”.

A quelle parole Bill si animò di speranza e stava per dirle qualcosa quando lei gli appoggiò un dito sulle labbra mettendolo a tacere.

“Non dire niente Bill… non voglio sentire nulla. Non voglio che ti scusi e nemmeno voglio leggere il rammarico nei tuoi occhi”.

Lui la guardava senza capire.

“Il tempo ha lasciato i suoi segni e sono molto profondi. Ognuno di noi sceglie il proprio destino. Tu hai percorso la tua strada….io ho seguito la mia ma niente scuse….niente giustificazioni. Non so perchè sei qui, nè perchè sei tornato dopo tanto tempo…non mi importa”.

Quegli occhi velati di lacrime che lo guardavano fin dentro l’anima gli causarono una fitta allo stomaco.

Era sempre la stessa ragazzina, con tanto amore per la vita e con un cuore generoso e forte che aveva sofferto per colpa sua.

Si era la sua Elena.

La sua Elena.

continua

Fanfiction: “La Stagione delle Piogge”. Capitolo XIX

Licenza Creative Commons

Questo opera è distribuito con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Unported.

Capitolo XIX

Quella notte non riuscì a chiudere occhio.

Rientrò in albergo che erano quasi le tre ma era talmente emozionato e preoccupato allo stesso tempo che non riuscì ad addormentarsi.

Ripensava a come gli eventi fossero mutati così rapidamente, nel giro di pochi istanti e con essi anche la sua vita poteva prendere forse una svolta diversa.

Rivedeva Elena, il suo sorriso, i suoi occhi dolci, la gentilezza dei suoi modi, la grazia dei suoi movimenti….

Quanto era bella!

Sembrava che il male che le aveva inferto, non avesse minimamente scalfito il grande entusiasmo, la gioia di vivere e la grande e profonda intensità con cui affrontava gli eventi….persino quelli più dolorosi.

Era un dolce, meraviglioso, piccolo, grande sogno e lui non voleva assolutamente risvegliarsi.

E se avesse avuto ragione Kora?

Se veramente attendesse il suo ritorno?

Il solo pensiero gli faceva battere forte il cuore.

Cielo! Doveva darsi una calmata!

Si stava comportando come un ragazzino….

però, era una gran bella sensazione!

Aveva dimenticato cosa si provasse a sentire di nuovo le farfalle nello stomaco, ad emozionarsi ed avere quel sorriso da ebete stampato sul viso.

Era bello riscoprirsi innamorato alla sua età…

E se invece non fosse lì per lui?

Cosa avrebbe fatto?

Come avrebbe reagito?

Sarebbe stato in grado di affrontare la situazione senza sembrare patetico o da commiserare?

“Non voglio pensarci! Non adesso”; 

ma più cercava di scacciare quel pensiero e più affiorava prepotente trasmettendogli inquietudine e irrequietezza.

E intanto il tempo passava e la notte lasciava il posto ad un nuovo giorno.

Solo all’alba, i pensieri cessarono di scalpitare e gli concessero un pò di riposo.

Qualche ora più tardi, si svegliò di colpo con il cuore che batteva velocemente.

Si mise seduto sul letto e si strofinò vigorosamente gli occhi.

La luce accecante del sole filtrava attraverso le persiane semi-chiuse.

Quanto tempo aveva dormito?

Con la vista ancora annebbiata prese il suo prezioso cronografo dal comodino e guardò l’ora.

Erano già le undici!

Doveva sbrigarsi.

Elena era mattiniera e, se non aveva perso quell’abitudine, era già sulla spiaggia a prendere il sole.

Corse in bagno a farsi una doccia, si fece la barba e si rivestì più velocemente che potè  poi raggiunse la spiaggia con il cuore in gola.

Confondendosi tra i bagnanti, attraversò tutto il sentiero nella pineta e appena arrivò sulla spiaggia, si tenne il più lontano possibile dal vecchio bar e dallo stabilimento balneare.

La cercava con lo sguardo in mezzo a quel caos di persone, di risate allegre, di musica a tutto volume, di ragazze che passeggiavano lungo la riva e bambini che facevano disperare le loro mamme perchè volevano assolutamente restare in acqua.

Il suo sguardo si spostava da un lato all’altro di quella grande spiaggia senza riuscire a vederla.

Ma dove era finita?

Non poteva aver cambiato abitudini e, se veramente era lì per lui, non poteva aver cambiato spiaggia!

Poi, d’improvviso, vide qualcosa che catturò la sua attenzione.

Per una strana, quanto sconosciuta ragione, i suoi occhi catturarono un cappello di paglia.

Era una cosa alquanto curiosa visto che erano passati di moda ormai da quasi vent’anni.

Focalizzò meglio quel cappello e….la sua proprietaria.

Se ne stava distesa al sole con quel cappello appoggiato su una borsa  mentre sorseggiava una bibita ghiacciata.

Si avvicinò di qualche metro restando comunque nell’anonimato sebbene i suoi tatuaggi non passassero inosservati e attiravano gli sguardi dei curiosi.

La donna appoggiò il bicchiere al tavolino accanto, poi prese il cappello di paglia e lo indossò.

Il cuore di Bill iniziò a battere forte: …il suo foulard.

Per tutti quegli anni, Elena aveva conservato  quel vecchio foulard.

Stava per avvicinarsi ancora un pò quando sentì il cellulare squillare.

Senza badare chi fosse, rispose in automatico:

“Pronto?”;

….”Pronto? Pronto papà?” la voce di sua figlia sembrava lontanissima e disturbata.

“Kora? Mi senti tesoro?”;

…”Male ma sì, ti sento. Papà ho letto il messaggio che mi hai mandato ieri… non dirmi che sei partito! Non puoi andartene proprio ora. Aspetta ancora qualche giorno….concediti ancora un pò di tempo…..almeno pensaci su, non fare come al solito, non mandare tutto all’aria! Papà…papà mi senti?”;

Bill sorrise sentendo quanto entusiasmo e quante speranze aveva riposto sua figlia in questo viaggio.

“Si, ti sento e no: non sono partito”;

….”Oh meno male!” La sentì tirare un enorme respiro di sollievo.

“L’ho vista”;

….”Cosa?!” ;

Kora diede un urlo che Bill fu costretto ad allontanare il  cellulare dall’orecchio.

….”Vuoi dire….vuoi dire che”;

“Si è qui, proprio davanti a me”; sorrise e si passò una mano tra i capelli.

….”Non ci credo, non ci credo non ci credoooo!  E’ bellissimo papà. Ti rendi conto dopo tutti questi anni lei è lì ma raccontami….voglio sapere tutto e non omettere nessun dettaglio capito?”;  in questo era identica a suo padre: curiosa e chiacchierona.

“Ecco ieri sera, dopo che ti ho mandato quel messaggio, ho fatto le valigie, intenzionato ad andarmene. Sono sceso nella hall per pagare il conto e farmi portare l’auto quando mi si avvicina una donna. Onestamente non ho badato a lei, stavo risponendo  ad una telefonata quando  ho sentito qualcuno alle mie spalle dire – Elena!- mi sono voltato e lei era lì”.

…”Oddio papà ma è una cosa meravigliosa!” ; Kora non era più nella pelle.

“Già è una cosa meravigliosa”.

….”E dimmi com’è? E’ ingrassata, ha tante rughe? E’ ancora una bella donna?”;

“Più bella di quanto la ricordassi!”.

….”Ha ancora quei capelli lunghissimi?”;

“No, li ha tagliati. Adesso ha un taglio dritto molto elegante, i capelli le arrivano alle spalle e sai una cosa?”;

…”Cosa?”;

“Adesso indossa le scarpe con i tacchi altissimi”;

“Davvero?”;

“Si. Da ragazzi la prendevo in giro perchè indossava sempre scarpe molto basse e per ripicca scommise con me che nel giro di poco avrebbe imparato ad indossare i tacchi”.

….” Bellissimo. E tu che hai fatto? Sei andato da lei, ti sei fatto riconoscere? E lei? Lei cosa ha fatto quando ti ha rivisto? Oddio immagino che sia rimasta senza parole per la sorpresa….mi immagino tutta la scena”;

“Calma, calma non correre”.

….”Che vuol dire? Forse si è dimenticata di te? Non ti ha riconosciuto? Ti ha detto forse che dovevi andartene e non farti più vedere?”.

“Kora! Insomma mi lasci il tempo di spiegare?”

finalmente silenzio.

“Ecco io…quando l’ho vista…insomma….”;

…”Papà ti decidi a dirmi che è successo?”;

Sospirò rassegnato: con quella ragazza non c’era proprio niente da fare.

“Non è successo niente”.

….”Come non è successo niente?”.

“Ecco, vedi, io quando l’ho vista, non ho saputo reagire. E’ stato uno shock credimi. Vederla così bella, vedere quel suo sorriso dolce, quegli stessi occhi scuri….insomma mi sono sentito talmente insicuro….tu mi conosci, lo sai che non sono un pappamolle no? Eppure non ho avuto il coraggio di presentarmi da lei e dirle – Ciao Elena, sono Bill. Ti ricordi di me?”.

….”Quindi lei ancora non sa che sei tornato?“;

“No”.

….”E che hai fatto dopo? L’hai lasciata andare via?”.

“No figurati, l’ho seguita…per tutta la sera”.

….”Cosa?!  E se ti avesse scambiato per un delinquente?”;

“Ma no, che dici? Sono rimasto a debita distanza e poi lei non era sola”;

….”Era con un altro?“;

“No con una coppia di anziani, direi che sono amici di vecchia data o almeno questa è l’impressione che ho avuto. Sono andati a mangiare in un ristorantino sul mare…da giovani ci andavamo spesso insieme”;

…”E poi?”;

“e poi hanno fatto una passeggiata sul lungomare e più o meno alle due l’hanno riaccompagnata a casa. Non ci crederai, ha ancora quella casetta  dove veniva da ragazza con la sua famiglia a trascorrere le vacanze”.

….”E’  tutto così bello ma, adesso che pensi di fare?”;  il tono di Kora era diventato improvvisamente serio.

Bill si sistemò meglio gli occhiali da sole.

“Onestamente non lo so”;

….”Ma papà! Devo insegnarti proprio tutto! Devi andare da lei e subito, altrimenti sciuperai altro tempo prezioso!

Come al solito quella piccola peste si rivelava più saggia e più matura della sua età.

….”Che hai addosso?”,

“E questo che importanza ha?”;

….”Ha una importanza enorme invece! Devi essere più bello ed affascinante che mai. Devi fare colpo su di lei”;

“Un costume blu a fiori bianchi”;

….” Ma è vecchio quasi quanto te!”

“Lo so ma è l’unico che sono riuscito a trovare prima di partire”.

….”Beh,pazienza….e sopra?”;

“Quella camicia di lino bianco che ti piace tanto”.

….”Perfetto. E lei? Che indossa?”;

“Perchè vuoi saperlo?”;

….”Perchè sono curiosissima! Se potessi, in questo momento, vorrei diventare piccola piccola e vedere quello che succede”.

Bill scoppiò a ridere.

“Un costume nero con delle perline mi sembra…”;

….”Bikini o intero?”;

“Intero”;

….”E’ di classe. E, niente altro?”.

“Un cappello di paglia, esattamente come quello che aveva nelle foto: non ci crederai ma ha ancora quel vecchio  foulard azzurro”.

….”E’ incredibile! Lo sai che vuol dire?” urlò forse più forte di prima;

“Che è molto affezionata a quel cappello?”;

….”Papà tu non capisci niente!” disse con un tono al limite dello sconforto e della rassegnazione;

“Perchè?”;

….”Perchè quel cappello è un segnale, un modo per farsi riconoscere nel caso un giorno tu tornassi da lei!”;

“Ecco, io-io non ci avevo pensato”.

….”Questo significa che spera ancora di vederti arrivare su quella spiaggia….”.

Bill si voltò a guardarla: possibile che Kora avesse ragione? Che dopo vent’anni lei fosse ancora lì ad aspettarlo?

….”Papà, adesso va da lei”.

“Non credo di essere in grado di farcela”;

….”Non avrai più un’occasione come questa. Adesso devi scoprire se lei è lì per te”.

“E se invece non lo fosse?”;

…..”La smetti di preoccuparti? Prendi un bel respiro e buttati”.

“Ok, ok… farò così, un bel respiro e mi butto. Allora ciao eh?”;

…”Papà?”;

“Si?”;

…”Ti voglio bene”.

“Anch’io tesoro ” e riagganciò.

Bill prese un bel respiro, poi ne prese un altro e un altro ancora ma non si decideva a fare un passo nella sua direzione.

Ripeteva mentalmente le stesse parole e cercava di farsi coraggio.

“Dai, posso farcela, si, posso farcela dopotutto che ci vuole? Mi avvicino a lei con l’aria disinvolta, le sorrido, poi mi tolgo gli occhiali….o forse è meglio metterli via? Magari non mi riconosce subito e mi scambia per uno che vuole provarci….beh, in fondo voglio provarci….ma che diavolo vado a pensare?”;

Lei intanto si era alzata dal lettino e si stava dirigendo verso il bar.

Improvvisamente si sollevò un vento forte che le fece volare via il cappello.

Elena iniziò a rincorrerlo ma il vento lo trasportò lontano fino a quando si fermò ai piedi di Bill.

Lui  lo raccolse  e un nodo gli strinse la gola: la storia continuava a ripetersi….il loro destino era legato a quel vecchio cappello.

Sorridente, con l’aria imbarazzata gli si avvicinò lentamente:

“Grazie mille. Mi scusi, ma” non riuscì a terminare la frase che Bill la terminò al posto suo in tedesco;

“….ma è tutta colpa di questo vento”.

Elena sollevò lo sguardo: era paralizzata dallo stupore.

Gli occhi sbarrati lo fissavano cercando di riconoscere qualche dettaglio del suo volto, le sue labbra tremavano, aveva il respiro corto e affannoso, il cuore batteva forte nel suo petto mentre una tempesta di emozioni e di sentimenti la scuoteva violentemente.

Boccheggiava, sembrava volesse dire qualcosa ma la voce non voleva saperne di venire fuori.

Improvvisamente gli occhi le si riempirono di lacrime e sentì che le gambe stavano per cedere.

Bill, con mani incerte le porse il cappello:

“Ciao Elena “.

Quella voce…..

Lei chiuse gli occhi e trattenne il respiro:  nelle orecchie risuonarono con forza le ultime parole che si erano scambiati:

-Tornerò alla fine della Stagione delle Piogge e ti porterò via con me. Mi aspetterai?-

– Ti aspetterò per tutta la vita, te lo giuro-

Sentiva i brividi correre lungo la schiena e per un attimo credette di svenire.

Richiamò a sè tutto il suo coraggio, riaprì gli occhi e, sebbene le mani continuassero a tremare, prese il cappello dalle sue.

Bill si tolse gli occhiali e finalmente riuscì a trovare la forza per incrociare il suo sguardo.

“Bill…sei proprio tu?”.

continua

Fanfiction: La Stagione delle Piogge”. Capitolo XVIII

Licenza Creative Commons
Questo opera è distribuito con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Unported.

Capitolo XVIII

Era già passata una settimana ma di Elena nessuna traccia.

Le giornate erano tutte uguali, passate in giro tra il porto, il noleggio delle barche, la pineta e la spiaggia.

L’entusiasmo dei primi giorni aveva lasciato il posto allo sconforto.

Più i giorni passavano e più si rendeva conto di aver perseguito un’ idea assurda.

Era un pomeriggio come tanti: se ne stava sdraiato su un comodo lettino fissando il mare e si lasciava trasportare dal rumore delle onde.

Il caldo era opprimente e il vento, che soffiava da sud,  rendeva l’aria soffocante ma il suo corpo era scosso dai brividi.

Non faceva altro che pensare ad Elena e la sua assenza lo rattristava enormemente, forse più di quanto credesse di poter sopportare.

La malinconia e la consapevolezza lo rendevano schivo ed insofferente.

Ma che diavolo si era messo in testa? Dopo tanti anni….come avrebbe mai potuto ricordarsi di quella vecchia promessa? Promessa che oltretutto lui non aveva mantenuto.

Che si aspettava? Di ritrovarla lì su quella spiaggia ad attendere  ancora il suo ritorno?

Kora, con il suo sentimentalismo da adolescente lo aveva spinto a credere che forse, lei avrebbe continuato a tenere fede a quella promessa, e lui, che probabilmente cercava solo un pretesto per poter tornare, aveva cullato l’idea di poter essere di nuovo felice accanto alla donna che amava da sempre.

Si chiedeva chi, tra lui e sua figlia fosse il peggior sognatore, sentimentale, con la testa tra le nuvole e irrimediabilmente senza speranza….

Elena si era stufata di aspettare e lo aveva dimenticato: era questa la realtà.

Anche se faceva fatica ad ammetterlo doveva essere onesto ma quanto era difficile da accettare!

Era un boccone troppo amaro da mandare giù.

Si prese la testa tra le mani: era disperato.

In fondo al suo cuore sperava ancora di vederla apparire da un momento all’altro su quella spiaggia, sognava di poterla tenere stretta ancora una volta tra le sue braccia e baciarla e accarezzarla e dirle tutto quello che si teneva dentro da ventisei anni.

Desiderava ardentemente sentire la sua voce, specchiarsi nei suoi occhi scuri e perdersi nella loro profondità.

Agognava un perdono che non sarebbe mai arrivato e mettere a tacere definitivamente i suoi sensi di colpa.

Auspicava un futuro sereno, accanto ad Elena, immaginando la loro vita insieme.

Tornare in Toscana, ritrovare quei luoghi, rivivere quei momenti lontani non era servito a nulla.

Lei non c’era.

Doveva mettere un punto e voltare pagina…..se solo fosse  meno doloroso.

Basta.

Il passato aveva chiuso i conti e lui aveva perso….

Era ora di tornarsene a casa.

Ma sì, forse era meglio così.

Si sarebbe messo il cuore in pace anche se il ricordo di quella meravigliosa estate non lo avrebbe mai abbandonato come non lo avrebbe abbandonato il rimorso e il rimpianto per una felicità perduta per sempre.

Si alzò indolente da quel lettino, raccolse tutte le sue cose dal tavolino e prima di andarsene fissò per un’ultima volta il mare e la spiaggia.

“Addio Elena. Resterai per sempre nel mio cuore. Sii felice ovunque tu sia.” e mesto e, con la testa bassa, inforcò i suoi occhiali da sole e si allontanò.

Tornato in albergo, si chiuse in camera.

Chiuse tutte le persiane e spense tutte le luci.

Si gettò sul letto e affondò la testa sul cuscino.

Aveva mal di testa ma quella, in fondo, era solo una scusa.

Voleva solo dimenticare tutto; annullare ogni pensiero, cancellare tutti i ricordi.

Se avesse avuto una bottiglia a portata di mano…

quello era il momento giusto per affogare i dispiaceri nell’alcol!

Per un momento quel pensiero si insinuò pericolosamente nella sua testa: afferrò la cornetta del telefono che era posto sul comodino e stava per comporre il numero del servizio in camera poi, in un barlume di lucidità si rese conto che non sarebbe servito a nulla.

Avrebbe bevuto fino a collassare e perdere i sensi ma al risveglio, con ancora la mente annebbiata, il suo dolore sarebbe tornato prepotente.

“Maledizione!” imprecò con veemenza.

Si mise seduto ed iniziò a massaggiarsi lentamente le tempie.

Sentiva quel dolore bruciargli l’anima e non poteva fare nulla per arginarlo.

Si alzò di scatto e agì senza riflettere.

Aprì l’armadio, afferrò le valigie e le scaraventò sul letto.

Con poca grazia, prese tutti i suoi vestiti e li scagliò dentro.

Con rabbia  aprì tutti i cassetti rovistando e raccattando ovunque le sue cose.

Era furente, ce l’aveva con il mondo intero.

Chiamò l’aeroporto e si fece preparare un biglietto per tornare in Germania e poi provò a chiamare Kora.

“Dannazione Kora! Hai sempre il telefono occupato! Quando torno a casa dovremmo mettere delle regole anche  a questo!” pensò ad alta voce.

Scrisse velocemente un messaggio e glielo inviò senza nemmeno curarsi di controllare cosa avesse scritto poi andò in bagno e si infilò sotto la doccia.

Intanto il sole era calato da un pezzo.

Il buio con le sue ombre e i suoi fantasmi, regnava indisturbato.

Uscì dal bagno avvolto in un candido accappatoio di soffice spugna bianca.

La lunga doccia gli era servita a calmarsi ma non aveva cambiato idea sulla decisione di ritornare a casa.

Controllò il cellulare ma Kora non aveva ancora risposto.

Si rivestì con calma, si pettinò i capelli ancora umidi poi chiuse la valigie, prese le chiavi dell’auto che aveva preso a noleggio e dopo una rapida occhiata  alla stanza, spense la luce e chiuse la porta.

Trascinò i bagagli fino all’ascensore, attese pochi istanti l’apertura delle porte e scese all’ingresso.

Appena lo vide, l’addetto alla reception lo salutò cordialmente.

“Buona sera Signor Kaulitz”;

“Buona sera. Per favore il conto.

“Lascia la suite Signore? Qualcosa forse non è di suo gradimento?”;

“No, no assolutamente. Ho ricevuto una telefonata per un impegno improvviso; devo ripartire.”

“Ma certo, capisco”.

Mentre l’impiegato preparava il conto si sentì un rumore allegro di tacchi che si avvicinavano.

Il cellulare di Bill iniziò a vibrare nella tasca dei pantaloni.

Lo afferrò e guardò il display: era l’aeroporto.

“Pronto?”;

“….Pronto? Il Signor Kaulitz?”;

“Sono io…..”.

“Buonasera Giorgio”; una suadente voce femminile si rivolse all’impiegato della reception;

“Oh Signorina Rossi! Che piacere vederla. Quando è arrivata?”;

“Poche ore fa”.

“Il viaggio è andato bene?”;

“Si grazie: noioso come al solito…..I Signori Brambilla, sono in camera?”;

“No, sono nella sala d’aspetto”; Bill notò che l’uomo era stranamente gentile e parlando con quella donna, i suoi toni erano particolarmente affettuosi.

“Potrebbe avvisarli che sono qui?”

“Ma certamente”.

Bill parlava al telefono ma era distratto da quella curiosa conversazione della quale ovviamente non aveva capito nulla visto che parlavano in Italiano.

Ad un tratto, quella figura femminile si allontanò di pochi passi e si avvicinò alla porta dalla quale era entrata pochi minuti prima lasciando dietro di sè una delicata scia di profumo.

Chissà perchè, ma quel profumo gli era familiare….ma dove lo aveva sentito prima?

Si voltò a guardarla ma lei era girata di spalle.

Era alta, capelli scuri, un elegante tubino nero lungo fino alle ginocchia e raffinatissimi sandali dal tacco vertiginoso.

“Si signorina,  ho capito. Sarò lì fra circa un’ora”;

“…..troverà la nostra incaricata ad attenderla. Le auguro buon viaggio Signor Kaulitz”.

“Grazie mille”.

Bill fissava insistentemente quella donna. Non sapeva il perchè ma ne era incuriosito.

“Signor Kaulitz, il suo conto”.

“Si certo….” aprì il portafogli ed estrasse la carta di credito.

Intanto una coppia uscì dalla sala d’aspetto.

Lo superarono appena quando una voce maschile disse:

“Elena, finalmente!”.

Sentendo quel nome il suo cuore perse un battito.

Si voltò in direzione della porta di scatto e quando la vide voltarsi gli mancò il respiro.

Era Elena; ….la sua Elena.

Sbarrò gli occhi per la sorpresa e sbiancò.

Si sentì mancare la terra sotto i piedi: il sangue pulsava velocemente nelle tempie, la gola improvvisamente arida, i polmoni  che reclamavano ossigeno mentre gocce di sudore freddo precipitavano lungo la schiena.

Era un’apparizione, un fantasma…..non…non poteva essere lei! E, proprio come quando ci si trova difronte ad un fantasma, era impietrito: il corpo rigido, le gambe pesanti come tronchi e gli occhi completamente rapiti dalla sua immagine.

Il suo cuore non accennava a calmarsi e lo sentiva martellare con forza nel petto.

Provò a pronunciare il suo nome ma non riuscì ad emettere alcun suono.

Quanto era bella!

Il tempo era passato ma con lei era stato clemente.

Il viso levigato, la figura alta e sottile, le gambe tornite, le caviglie sottili…..si era proprio come allora.

Quegli occhi scuri appena segnati da un trucco leggero, erano sempre gli stessi: luminosi e pieni di calore.

Il suo sorriso era esattamente come lo ricordava, sincero e contagioso e, mentre sorrideva, le sue belle labbra morbide e piene disegnavano due piccole pieghe ai lati della bocca e il suo viso esprimeva calma e serenità sebbene fosse segnata dalla stanchezza.

La sua pelle morbida e vellutata aveva ancora i toni bruni del miele.

Solo i capelli erano più corti: le lunghe ciocche lisce avevano lasciato il posto ad un elegante caschetto.

Era lì, a pochi passi da lui….poteva quasi sfiorarla.

Non riusciva a crederci, dopo ventisei anni era difronte a lui.

“Quest’anno ti sei fatta attendere, cara”;

l’anziano signore si sporse in avanti baciandola su una guancia.

“Me ne dispiace tanto ma il lavoro mi ha trattenuta a Bruxelles”.

“Non importa; ciò che conta è che sei qui adesso. Quanto tempo ti tratterrai?”;

la signora al suo fianco le stringeva calorosamente la mano.

“Fino alla fine di luglio, spero”.

“Come ogni anno”;

“Si, come ogni anno….”.

La sua voce….

era un suono così dolce e melodioso anche se non aveva capito nulla di quello che stava dicendo.

Improvvisamente si destò da quel torpore e cosciente della sua presenza, un tremito lo scosse violentemente: non stava sognando.

No, non stava sognando ad occhi aperti.

Aveva desiderato così tanto rivederla…..  la sua mente non stava proiettando la sua immagine per torturarlo.

Era tornata….era tornata per davvero.

“Signor Kaulitz…si sente bene?”;

“Cosa?!” la voce del receptionist lo scosse bruscamente.

“Le chiedevo se si sente bene, è pallido e madido di sudore: qualcosa non va?;

“No…no; va tutto bene grazie”.

“Ok.  Come preferisce saldare? Assegno o Carta di Credito?”;

Si voltò verso la porta di nuovo e li vide allontanarsi, mentre sorridenti continuavano a chiacchierare fittamente.

“Signor Kaulitz? Mi scusi ha sentito cosa le ho detto?”; si voltò verso l’impiegato infastidito e confuso.

“Ah! No. Io- io non parto più”.

“Come?! Scusi non capisco”;

“Ho deciso di fermarmi ancora” i suoi occhi erano nuovamente  su di lei.

“E’ sicuro?”;

“Come non lo sono mai stato in vita mia” e con lo sguardo continuava a seguirli.

“E per quanto tempo si fermerà?”;

“Ancora non lo so….forse un giorno….o forse tutta la vita”. L’uomo lo guardava interrogativo chiedendosi se il suo interlocutore fosse improvvisamente impazzito.

Ad un tratto Bill lo guardò con un enorme sorriso sulle labbra:

“Per favore, potrebbe chiamare qualcuno e far riportare i bagagli nella mia camera? Scusi ma, ho una certa fretta” poi gli elargì una grossa mancia e si precipitò fuori.

continua

Fanfiction: “La Stagione delle Piogge”. Capitolo XVII

Licenza Creative Commons
Questo opera è distribuito con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Unported.

Capitolo XVII

Il caldo sole pomeridiano, filtrava attraverso le fessure delle persiane socchiuse.

Nella penombra di quella camera d’albergo, solo il rumore del condizionatore infrangeva il silenzio.

Bill si voltò su un fianco e socchiuse leggermente gli occhi.

Dove si trovava?

Lentamente, man mano che si risvegliava, i ricordi tornavano alla mente.

Era in Italia, in Toscana….era tornato per cercare Elena.

Il solo sapere di esseri lì per lei, gli procurava il batticuore.

Ma che ore erano?

Si voltò verso il comodino ed afferrò il prezioso orologio: quasi non riusciva a crederci!

Quanto tempo aveva dormito?

Dieci? No, dodici ore di fila!

Erano anni ormai che dormiva solo una o due ore per notte; l’insonnia  era diventata la sua fedele compagna di nottate lunghe e burrascose.

Tirò un enorme respiro: si sentiva bene, rilassato ed era una sensazione così piacevole.

Si sentiva in pace con sè stesso e con il mondo; la sua anima tormentata, aveva finalmente finito di scalpitare e si sentiva  libera.

Il suo cuore era tornato a casa.

In quel momento di tranquillità, sdraiato sul letto e con gli occhi fissi al soffitto capì che aveva fatto la cosa giusta.

……”Papà sono felicissima per te, spero tanto che riuscirai a trovarla. Promettimi solo una cosa”;

“Cosa?”;

“Che non ti arrenderai subito, che alla prima difficoltà non mollerai tutto per tornartene a casa”;

“Kora….”;

Prometti…..per favore”;

“Ok. Ti prometto che farò del mio meglio per trovarla”….

Sorrise ripensando alla telefonata con sua figlia e alla promessa che gli aveva strappato: indubbiamente lo conosceva molto bene.

Senza indugiare ulteriormente, si alzò dal letto e corse ad infilarsi sotto la doccia.

L’acqua tiepida scivolava sui suoi capelli, sui suoi occhi chiusi, sul suo viso, lungo il suo  corpo ancora tonico e il suo bacino stretto; il profumo del bagnoschiuma si diffondeva nel piccolo bagno lasciando le sue note decise e un pò amarognole sospese nell’aria.

Mentre si risciacquava dalla schiuma pensava ad Elena.

Chissà se era davvero ancora lì ad aspettarlo….

Un nodo gli stringeva la gola e sentì il petto schiacciato in una morsa.

Come si sarebbe comportato  davanti a lei?

Cosa le avrebbe detto?

Sarebbe stato capace di sostenere il suo sguardo? Sopportare il rimprovero dei suoi occhi?

I suoi occhi…..quelle piccole stelle scintillanti che gli avevano rubato l’anima, quelle profondissime pozze scure che sapevano leggere ogni piccolo turbamento del suo cuore.

Il solo ricordo gli provocava una ansiosa agitazione.

Ma che diavolo gli stava succedendo?

Si sfregò con più forza la testa e i capelli.

Si stava comportando come un ragazzino!

Era tornato indietro esattamente a ventisei anni prima e riprovava di nuovo quelle emozioni che il tempo aveva sopito.

Uscì dalla doccia, si tamponò il corpo con un telo di morbida spugna poi si avvicinò allo specchio.

Era completamente ricoperto di vapore; lo asciugò un pochino e si guardò: stentò a riconoscere la figura che quello specchio rifletteva.

Il viso disteso, le rughe meno segnate, le labbra che si aprivano in un sorriso e i suoi occhi….

i suoi occhi avevano ritrovato quel colore e quella luminosità che avevano perso da troppo tempo.

Sentiva il cuore battergli forte nel petto e i respiri erano diventati più veloci: si sentiva di nuovo vivo.

Si vestì in fretta, indossò una camicia leggera e dei freschi pantaloni di cotone dal taglio classico che gli fasciavano completamente le gambe e slanciavano la sua figura.

Si pettinò i capelli i capelli ancora bagnati all’indietro poi inforcò gli occhiali da sole, prese le chiavi della camera ed uscì.

La luce accecante del sole lo investì in pieno.

Come era strano, ritrovarsi in quel luogo dopo tanto tempo.

Tutto era così familiare e, allo stesso tempo così diverso.

Quante cose erano cambiate e quante invece erano rimaste intatte.

Camminava lento, si sentiva frastornato, con mille pensieri per la testa ma la destinazione era ben chiara: il porto.

Continuava a  guardarsi intorno con l’aria smarrita di chi manca da tanto  e cerca nei luoghi, negli sguardi dei passanti gli occhi di una persona cara.

Il sole picchiava forte ma la solita brezza fresca, lo accarezzava  donandogli un pò di sollievo.

Aveva dimenticato quanto fosse calda l’Italia.

Ad un tratto, dietro un paio di palazzi che si ergevano dritti contro quel cielo azzurro, si aprì il viale che conduceva al porto.

Si fermò un attimo: aveva paura di non riconoscerlo, che fosse cambiato, diverso da come si ricordava e invece, tutto era rimasto  uguale.

Le barche ancorate ai moli, il solito vocio dei turisti allegri, le bandiere colorate agitate dal vento, il rumore delle tazzine da caffè servite ai banconi dei bar e lo sciabordio delle barche erano i suoni e i colori che aveva portato con sè in quegli anni e adesso li ritrovava esattamente come li aveva lasciati.

Si tolse gli occhiali e si voltò a guardare il mare: era ancora così incredibilmente blu e le onde che si agitavano lungo la grande spiaggia di sabbia scura, agitavano anche il suo cuore.

I ricordi erano diventati tangibili: si rivedeva correre felice assieme ad Elena attraverso quelle stradine, fermarsi al solito caffè e bere un tè freddo, passeggiare mano nella mano, di sera mentre le luci del porto, illuminavano il lungomare.

Poi si voltò verso i negozi e cercò con lo sguardo quella piccola bottega, dove le aveva comprato quel foulard azzurro.

Era ancora lì, con i suoi costumi, le cartoline, i giochi per i bimbi…..

Spinto dall’emozione, si avvicinò e sbirciò all’interno: la vecchia signora dai capelli grigi, che gli aveva fatto il pacchetto con quella carta con i papaveri non c’era più.

Al suo posto, c’era una bella ragazza dai capelli castani e gli occhi chiari.

Incuriosito le si avvicinò e, in perfetto inglese le chiese della vecchia proprietaria.

La ragazza gli rispose dicendogli che era sua nonna.

Dopo anni di duro lavoro, era andata in  pensione e lei aveva preso il suo posto.

Bill si guardava intorno con il cuore gonfio di commozione: sembrava che il tempo si fosse fermato, non era cambiato nulla da allora.

Sembrava che quel foulard l’avesse comprato solo ieri e le parole di Elena riecheggiarono forti nella sua testa:

…..” Grazie Bill; è il regalo più bello che potessi farmi”.

Se fosse rimasto solo un attimo in più in quel negozio sarebbe esploso, così, dopo aver ringraziato la ragazza, uscì di corsa.

Camminò ancora un pò.

Aveva bisogno di riprendersi ma, il suo viaggio nel passato non era ancora finito.

Aveva ancora molti luoghi da ritrovare e altre opportunità per cercare Elena.

Respirò profondamente, indossò di nuovo i suoi occhiali e si incamminò verso il noleggio delle barche.

Era lì che l’aveva vista per la prima volta.

Si sentiva agitato, senza una ragione comprensibile.

Il cuore gli batteva forte nel petto e, quasi senza accorgersene, sulle labbra si disegnò un sorriso.

Qualcosa nel suo animo cominciava a scuotersi: più tornava indietro e più sentiva che si stava riavvicinando ad Elena, si riappropriava dei suoi sentimenti: sentiva sulla sua pelle di nuovo, il calore del suo amore.

Aveva il respiro corto, i brividi lungo la schiena e un leggero tremore alle gambe e, mentre analizzava quello che gli stava succedendo, si ritrovò davanti al vecchio stand in legno con quella buffa insegna.

Il vecchio ufficio era stato ristrutturato e quel portoncino di legno verde aveva lasciato il posto a due ampie porte di vetro scorrevoli.

Bill guardò all’interno cercando di scorgere qualche viso familiare:  il ragazzo cicciottello che guardava Elena con occhi sognanti, adesso era un signore di mezza età, dall’aspetto distinto, i capelli brizzolati  che dava direttive ad un gruppetto di impiegati alle sue dipendenze.

Le barche erano sistemate esattamente come vent’anni prima anche se la flotta era notevolmente aumentata.

Camminò lungo il molo e raggiunse il punto esatto dove era ormeggiata quella piccola barca a remi.

Era esattamente come allora: il caldo torrido, il sole cocente, il vento…..

Ciao….

come un sussurro che si perdeva nelle spire del tempo sentì la sua voce.

Si voltò di scatto, ma dietro di lui, non c’era nessuno.

Che sciocco! 

Si era lasciato influenzare dai suoi sentimenti confondendo i ricordi con la realtà; eppure i suoi occhi vedevano Elena.

La rivedeva davanti a sè proprio come allora: con il suo bel corpo abbronzato, il sorriso dolce, gli occhi scuri  e profondi che scrutavano la sua figura, e i lunghi capelli agitati dal vento.

Dove sei Elena? Io devo trovarti”.

Passò il resto della giornata ritornando nei luoghi in cui erano stati felici.

Ritornò alla pineta.

Noleggiò una bicicletta in paese e ripercorse la strada che avevano fatto insieme quel pomeriggio.

Fece il sentiero in mezzo alla pineta ben cinque volte.

Andava su e giù e si fermava a guardare attentamente ogni signora che passava di lì.

Chissà, forse lo avevano  scambiato per un vecchio pazzo ma, nei loro volti, nei loro movimenti, nei loro capelli, nei loro occhi lui cercava qualcosa che gli permettesse di riconoscere Elena.

A volte pronunciava il suo nome ad alta voce: in fondo al suo cuore, sperava che qualcuna si voltasse….

Sconfitto, si diede per vinto e dopo un pò decise di tornare indietro ma prima sarebbe passato da casa sua.

L’impresa si rivelò più ardua del previsto.

Quelle case adesso, sembravano tutte uguali; guardava attentamente nei giardini, attraverso i cancelli  ma le siepi erano così alte e fitte che non riuscì a distinguere nulla.

Demoralizzato, era sul punto di tornare indietro ma qualcosa lo spinse ad andare avanti.

Verso la fine del vialetto, c’era una villetta, con le persiane rosse e un grosso glicine.

Si avvicinò incuriosito e finalmente un enorme sorriso gli illuminò il volto: l’aveva trovata!

Tutto era rimasto intatto, proprio come allora.

La casa, i colori, i fiori, i profumi tutto era esattamente come allora solo il pino era cresciuto a dismisura.

Suonò il campanello con timore: il cuore gli batteva forte nel petto e l’agitazione stava prendendo il sopravvento.

“Che le dico se mi apre? Ciao sono Bill, ti ricordi di me? Sono il farabutto che ti ha abbandonata ventisei anni fa…..”;

deglutì a fatica mentre la gola era divenuta improvvisamente arida.

Nessuno rispose.

Il cuore batteva ancora impazzito contro la cassa toracica e il respiro era sempre più veloce ma nessuno venne ad aprire.

Le persiane erano chiuse e, sebbene il giardino fosse ben curato, la casa sembrava chiusa.

Da un lato si sentì sollevato: non era ancora pronto a quell’incontro ma dall’altra, cominciava a rendersi conto che trovare Elena era difficile se non addirittura impossibile.

Passò dall’euforia allo sconforto nel giro di pochi istanti.

“Promettimi che non ti arrenderai, papà” 

si ricordò della promessa fatta a Kora ; sospirando si allontanò da quel cancello, salì sulla bicicletta e tornò indietro.

Gli restava un ultimo posto dove cercarla: la spiaggia.

Pedalò più forte che potè, fino quasi a farsi scoppiare i polmoni.

Doveva andarci al più presto e senza pensarci troppo…..

troppi ricordi.

Su quella spiaggia si erano innamorati e quella notte, su quella stessa spiaggia, Elena gli donò il suo amore giurandogli che lo avrebbe amato per sempre e, sempre su quella spiaggia le aveva detto addio.

Arrivò lì sudato, col fiato corto e completamente stordito dai ricordi.

Appoggiò la bici alla staccionata del sentiero e lentamente si avvicinò alla spiaggia.

Ad ogni passo, sentiva che le gambe avrebbero potuto cedere da un momento all’altro.

Aveva le mani sudate e i brividi lungo la schiena.

Camminava a testa bassa come se avesse paura.

Attraversò tutto il sentiero e quando questo terminò in mezzo alla grande distesa di sabbia grossa e scura, si costrinse a sollevare lo sguardo: il sole tramontava su quella immensa distesa blu e con i suoi raggi rossastri inondava il cielo sul quale cominciavano ad allungarsi le ombre della sera.

Si portò una mano al petto e afferrò con forza i lembi della camicia stringendoli.

Si sentiva soffocare.

Il bar dove si erano dati il primo appuntamento era ancora lì con i suoi tavolini bianchi e le sedie dello stesso colore.

Le onde si infrangevano violente sulla sabbia e il vento scuoteva forte i suoi abiti: era tutto proprio come quel giorno, quando il vento le portò via il cappello.

Quel nodo alla gola stringeva sempre di più: Bill indurì le mascelle e strinse forte i pugni.

Nel cielo era spuntata la prima stella della sera mentre il sole era quasi completamente inghiottito dal mare.

“Quanto tempo è passato ma non è cambiato niente Elena. Niente. Io ti amo proprio come allora, più di allora perchè adesso so che cos’è l’amore ma tu non ci sei. La Stagione delle Piogge è finita da un pò ma tu non sei qui. Torna. Torna Elena, ho bisogno di te. Ho bisogno del tuo amore”.

Queste parole gridava il suo cuore mentre il suo sguardo si perdeva lungo la linea dell’orizzonte.

continua